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giovedì 21 dicembre 2006

Il farcito banchetto natalizio mediorientale

Numerose sono ormai le voci che tengono banco domandanosi se il Medio Oriente stia viaggiando verso una regionale guerra civile. Come primo, le quotidiane carneficine d’iracheni, che il passare del tempo non sembra arrestare. Un giorno le macabre statistiche giocano dalla parte degli sciiti, un giorno dalla parte dei sunniti. Come secondo, il Libano. Dopo aver assaporato l’indigesto antipasto estivo con la guerra contro Israele, ora con l’omicidio del ministro Pierre Gemayel e le “oceaniche” manifestazioni di piazza, è stato servito sul vassoio dei media internazionali l’idea di una prossima guerra civile. Per finire, i violenti scontri tra Hamas e Fatah, che hanno dato come unico frutto quello di innalzare la tensione nel sempre vivo calderone palestinese. Lotte intestine le chiamano. In pieni tempi di pax natalizia. Festività natalizie che rappresentano solo un agrodolce contorno.

Le comunità cristiane del Medio Oriente, in Giordania, in Palestina, in Iraq, ma soprattutto in Libano, la culla dei cristiani mediorientali, non sembrano però perdersi d’animo. La sensazione che si respira in Libano ne è un esempio. Due blocchi politici contrapposti che si fronteggiano, per ora, solo a parole. La comunità cristiana rappresentata con pari forze in entrambe le parti. Centro città della capitale che è invaso stabilmente da centinaia di manifestanti da una parte, e forze militari dall’altra, divisi da gomitoli di attorcigliato filo spinato. Ma il centro città di Beirut è anche il luogo che per eccellenza rappresenta la fama del Libano come paese dei servizi. Negozi, ristoranti di lusso, bar sgargianti, hotel e zona pedonale per il passeggio. Normalmente una pioggia di dollari cade sui negozianti in questo finale di stagione. L’atmosfera quest’anno è però molto più surreale e non sono molti quelli che azzardano l’apertura nel mezzo di questo trambusto politico. Ecco allora innalzarsi gli attacchi contro i manifestanti “che non permettono ai libanesi di attendere la nascita di Gesù con la giusta tranquillità”, ecco che “i nostri bambini non potranno vivere il Natale con pace e serenità”. Voci di politici e gente comune, cristiani e musulmani.

Beirut però ha ormai acquisito la capacità di creare amnesiaci compartimenti stagni, immuni dai problemi politici che la perseguitano. Si riesce così ugualmente a respirare un’atmosfera natalizia sia nelle zone cristiane, sia in quelle musulmane. Con un costume, quello dell’albero di Natale, che ormai trascende le religioni. Anche tra le centinaia di tende che assediano nel centro città il palazzo del governo, si consuma una parte del Natale libanese. Una buona parte dei manifestanti è cristiana. Già dai primi giorni del sit-in, che si è caratterizzato da subito per essere “open-ended”, senza fine, i manifestanti, oltre a portarsi tende, televisioni, radio e coperte, hanno cominciato velocemente a decorare il “giardino di casa”. Le tende dei partiti cristiani si sono subito adornate di lucine multicolori ed i pochi alberi del centro città sono stati ricoperti di palline colorate. Ma come la bandiera del partito cristiano sceso in piazza è arancione, le palline che li ornano non potevano che essere rigorosamente di questo colore. Anche il tradizionale berretto rosso con pon-pon bianco, vuoi la coincidenza natalizia, ha assunto uno sfolgorante colore arancione, ed i manifestanti sembrano indossarlo compiaciuti. Negli ultimi giorni un altissimo abete metallico è stato eretto, fra gli applausi generali, nel bel mezzo dell’accampamento dell’opposizione. Azione e reazione. I partiti governativi hanno risposto esponendo, dalla parte opposta alla piazza dei manifestanti, un numero di abeti pari ai martiri della rivoluzione del 2005.

Fa capolino un abete adornato di sole palline bianche, il colore del partito cristiano falangista, storico antagonista degli arancioni. La condizione natalizia sta esaltando il disaccordo attuale all’interno della comunità cristiana libanese. Un dissidio portato agli estremi dai loro leader, perlopiù capi di storiche famiglie libanesi. Nel mezzo, timidi tentativi per ritornare al tavolo delle trattative ed il Patriarca cristiano-maronita che cerca di evitare la fitna, la discordia, all’interno della comunità. Complicato. Alberi, palline colorate, tavole imbandite, commensali discutendo, folle in strada, e divergenze “famigliari” all’interno della comunità. Tutti gli ingredienti di un tradizionale Natale. Mancano ancora i regali. Poi si aspetterà bramosamente di vedere a chi la Befana destinerà il carbone nero...

martedì 28 novembre 2006

Nuova rivoluzione o guerra civile?

Martedì pomeriggio le linee di telefonia mobile erano fuoriuso a Beirut, e quando questo accade, non ci si può mai aspettare niente di buono. Gli ultimi due tormentati anni nella capitale libanese ne hanno fatto una prova evidente o un presagio funesto di futura tragedia. La prima reazione, di conseguenza, è quella di accendere la televisione. Martedi scorso si è tragicamente confermata questa prassi. Linee fuoriuso, televisione accesa su uno dei molteplici canali libanesi, immagini dall’ospedale dove era stato portato il corpo del ministro Pierre Gemayel. Prima ricostruzione: pieno giorno, periferia cristiana della capitale, un commando “mafioso” ferma la macchina di Gemayel, lo fredda e scappa fra la folla sventagliando raffiche di proiettili per farsi largo. Quella dei Gemayel è sicuramente una delle famiglie più importanti del Libano, di quelle che ne hanno fatto la storia, ma anche una delle famiglie più “insanguinate”. Bashir, zio di Pierre, fu l’ultimo, nel 1982, ad essere assassinato per mano d’ignoti mandanti, proprio nella sede del partito falangista. L’uccisione di Bashir Gemayel, presidente libanese da meno di un mese, provocò, in nome della vendetta, quella ormai rinomata tragedia che va sotto il nome di Sabra e Chatila. Le milizie cristiane falangiste, battezzate cinquanta anni prima dallo stesso Hitler, ed allora alleate con gli israeliani (scherzi della storia), entrarono nei due campi profughi palestinesi alla periferia della capitale. In quattro giorni non-stop massacrarono più di duemila persone, principalmente donne, bambini e civili non armati. La guerra civile libanese, che sembrava si fosse definitivamente fermata, riprese vigore. Le truppe internazionali, tra cui gli italiani, fecero il loro ritorno in Libano, con la coscienza macchiata di sangue innocente, dopo che avevano lasciato frettolosamente il paese pochi giorni prima in seguito all’evacuazione delle milizie palestinesi. Martedì, in tutti tornò alla memoria l’ultimo Gemayel assassinato e le conseguenze di quell’evento. I negozi chiusero le serrande in un batter d’occhio ed i libanesi si riversarono nelle strade per raggiungere frettolosamente un luogo sicuro. Le truppe italiane, questa volta nel paese, ma ad un centinaio di km di distanza, alzarono subito il livello di allerta.

Lo spettro della guerra civile, in una situazione già tesa, non ha faticato nel prendere piede. Nelle settimane precedenti l’omicidio, molti libanesi lo sventolavano apertamente, per allontanarne lo spauracchio, per scongiurarla. Non c’è voluto molto perchè s’insediasse in tutte le redazioni del mainstream internazionale e si alzasse in un coro unanime: Libano sull’orlo della guerra civile. Anche le televisioni locali hanno lanciato nel palinsesto notturno immagini di repertorio della guerra civile conclusasi al principio degli anni novanta. Nella realtà, nelle ore successive all’omicidio, si è assistito a pochi incidenti, piccoli scontri, ed alcune scaramucce all’interno della stessa comunità cristiana, dovuto al fatto che i suoi leader sono schierati in due opposti schieramenti. Giovanissimi i protagonisti dei disordini. Il funerale di Gemayel, nei giorni successivi, si è trasformato, come ormai consuetudine in questo paese, in un’oceanica manifestazione di massa ineggiante ad una seconda rivoluzione dei cedri per la libertà del popolo libanese.

La carne sulla brace libanese è parecchia. La guerra estiva israeliana che ha messo in ginocchio il paese, le truppe internazionali schierate nel sud del paese, il tentativo dell’opposizione di far cadere il governo, gli omicidi politici, il tribunale internazionale per giudicare i colpevoli dell’omicidio Hariri, una seconda rivoluzione per la “libertà e la democrazia”, le tensioni crescenti all’interno della comunità cristiana e la disobbedienza civile ineggiata dagli Hezbollah nei prossimi giorni. Una matassa difficile da sbrogliare. Rivoluzione e guerra civile non si complementano, viaggiano su binari in opposte direzioni.

domenica 12 novembre 2006

Portatori di pace

Intervallo. Salotti diplomatici internazionali. Ritiro truppe dall’Iraq, conferenza internazionale per l’Afghanistan, indipendenza del Kosovo.

Intervallo. Sud del Libano. Popolazione. Migliaia di bombe inesplose sono ancora nascoste nei campi. Ne rendono impossibile la coltivazione e rubano le vite di bambini che giocano attratti da questi oggetti luccicanti. La gente fatica a rimettersi in cammino, ricominciare da zero, ricostruire, l’uranio impoverito, le bombe al fosforo. Sembra che almeno l’arrivo delle truppe internazionali abbia portato una ventata di prosperità. Comincia il business, servono traduttori, servono autisti, servono ristoranti, servono bar. Un traduttore si dice che guadagni 1200$ al mese, mentre una guida 800$. Nessuno si lamenta più dei soldati ghanesi o dei pachistani che non spendevano mai una lira. Ora ci sono italiani, francesi, spagnoli. Tagliatelle, Brie, Tortilla. A volontà.

Intervallo. Sud del Libano. Inverno alle porte. Forze internazionali d’interposizione. Italiani. Hariss è un paesino del sud del Libano, nel comprensorio di Bint Jbeil. Questa zona è uscita annichilita dalla guerra estiva. Interi villaggi sono ridotti in macerie e qualche famiglia è ancora costretta a vivere in improvvisati accampamenti. La scorsa settimana sembra che otto militari italiani, appartenenti alle forze di pace, siano entrati in un negozio di questa cittadina, e con un’azione congiunta, dividendosi in tre gruppi, abbiano derubato il negoziante di 300$ di merce, perlopiù attrezzature militari. Il primo gruppo distraeva il negoziante, il secondo cercava di focalizzarne l’attenzione, mentre il terzo agiva nelle retrovie facendo manbassa. Tecniche apprese nella guerra al terrorismo in Afghanistan o in Iraq. Il negoziante se ne accorge. Arriva la polizia libanese. Investigazione. Un caso isolato. Si dice che ogni soldato guadagni 3000$ al mese per partecipare alla missione di pace. Annoiati.

Intervallo. Beirut. Notte inoltrata. Forze internazionali d’interposizione. Francesi. La scorsa settimana, tre giovani imberbi mi si avvicinano in mezzo alla strada. Spaesati dalle strade deserte mi chiedono, in perfetto inglese, se parlo francese. Ok, è inevitabile, sono francesi. Mi chiedono se conosco un “sex-bar” nella zona. Mmm. Uno in particolare o uno qualunque? Uno qualunque. Seguite quella strada ragazzi, in fondo a sinistra, e poi a destra avanti duecento metri. Ecco lì ci sono i più squallidi super night club della città. Mi salutano “militarmente”. Ok. La domanda sarà cresciuta dopo l’arrivo delle forze di pace. Il business della prostituzione sarà alle stelle. Russia, Europa dell’Est, Africa. Me le immagino all’aeroporto, come al solito, aspettando il visto in fila ad uno sportello apposito. Venti, trenta alla volta. Normalmente arrivano per la stagione estiva, per “soddisfare” i sauditi in vacanza libertina in Libano. Stagione invernale. Peacekeepers. Afghanistan, Iraq, Kosovo, pace e amore per tutti.

mercoledì 25 ottobre 2006

Noi, Loro ed il Ramadan

“Un uomo entra nella moschea di Kabul per la preghiera di Eid el-Fitr”. “Moltitudinaria preghiera dei pescatori indonesiani nel porto di Giakarta”. Le didascalie delle foto che appaiono nei nostri giornali, dando notizia della fine del Ramadan nel mondo, si attengono strettamente al campo religioso. Certo è una festa religiosa, così come il Natale. Il più delle volte però del nostro Natale non si mostrano le processioni religiose o la messa di mezzanotte, ma le corse frenetiche per gli ultimi acquisti, i preparativi per il cenone natalizio ed il cittadino frustrato che non trova più il cappone. Il Ramadan non è fatto di sole preghiere, raduni moltitudinari e moschee. È fatto anche di feste in famiglia, ricchi banchetti e regali per i più piccoli.

In una città come Beirut, definita dai più come un ponte tra Occidente ed Oriente, il Ramadan ricorda in certe forme il Natale, soprattutto le sue forme più consumistiche. Ugualmente, a Dubai, l’anno passato fu indetta una lotteria per l’occasione. Premio: una splendida Maserati (ricorda la pubblicità di un panettone?). Le famiglie, nei due giorni di Eid (la festa post-Ramadan), scendono per strada con i vestiti migliori e passeggiano fra negozi facendo incetta di leccornie di ogni tipo. Accanto ai menù offerta-speciale-Ramadan ampiamente pubblicizzati dai ristoranti, ci sono anche, nei giorni di festa, i centri commerciali aperti a flussi di gente vogliosa di spendere dopo un mese di digiuno e sacrifici. Il Ramadan è sacrificio e costanza, e ricorda un pò il digiuno dalla carne nel periodo di Quaresima. Ognuno lo vive a modo suo. Nabil, per esempio, nonostante sia arabo musulmano sunnita ed anche palestinese, non ha mai fatto in vita sua il digiuno del Ramadan.

Ugualmente ogni sera di questo mese è andato, al calar del sole, a preparare l’iftar (la cena dopo il digiuno giornaliero) per la famiglia, ed ha cenato con loro tutti i giorni. Samir, ha qualche chilo di troppo e fuma come un matto. Due pacchetti di sigarette al giorno. Non va mai alla moschea, nè il venerdi nè gli altri giorni, ma digiuna durante il Ramadan. Ha perso cinque chili in questo mese, non ha parlato tanto ossessivamente di donne, ed è riuscito a non fumare, non bere e non mangiare dall’alba al tramonto. Leila è musulmana, sunnita, non porta il velo, veste all’ultima moda (anche in modo appariscente), guida una Mercedes ultimo modello, ed ha digiunato per tutto il mese. Sembra che non gli sia stato imposto da nessun capo religioso, ma è meglio indagare. Il Ramadan non è unicamente una ricorrenza religiosa ma le sue molteplici facce rimangono assenti dai nostri stereotipi.

C’è una foto, fra quelle che riempiono i nostri giornali, che potrebbe uscire da questa logica. “Corteo a dorso di cammello per le strade di Ryiad”. Associazione mentale rapida: cammello, deserto, arabo, sceicco, petrolio, bombe e terroristi fanatici velati contro volontà. Sì, è funzionale al nostro ego ed alla nostra identità. Noi siamo troppo diversi. Così crediamo...

mercoledì 6 settembre 2006

Ciak. Sbarco forza d’interposizione italiana. Libano. Buona la prima.

Seduti sul sofà di casa con la televisione accesa, le immagini che ci vengono proposte sono quasi epiche. Uomini in nero, “lagunari” armati di tutto punto, gommoni che sfrecciano fra le onde di un Libano che in Occidente è sempre sinonimo di guerra, caos e terrorismo. Ma è anche curioso vedere il contorno di un evento mediatico internazionale come quello dello sbarco italiano sulle coste del Libano. Lo sbarco è qualcosa di forte e simbolico allo stesso tempo. L’attuale stampa mondiale e le truppe italiane del contingente ONU in Libano, lo sanno benissimo. Uno sbarco cattura l’attenzione del pubblico televisivo, più d’ogni altra cosa. Peccato che la realtà quotidiana sia differente. L’approdo italiano è stato accolto con indifferenza dalla popolazione di Tiro, che ha preferito ripararsi dal caldo gettandosi nell’acqua cristallina delle spiagge libere, ed ignorando quasi totalmente gli elicotteri che scorrazzavano sulle loro teste. Sì, perchè lo sbarco è programmato alla Rest House, un noto e privato club balneare della città del sud del Libano. Molti dei giornalisti internazionali è qui che alloggiano, ed è da questi piccoli chalet con entrata sulla spiaggia che hanno seguito tutte le fasi della guerra estiva del 2006. Confortante. Il campo base per una volta è diventato il punto di trasmissione. Non c’è bisogno di spostarsi con automobili dotate di cubitale scritta TV sul parabrezza. Basta stropicciarsi gli occhi, lavarsi la faccia ed in cinque minuti ecco che i primi italiani impavidi approdano al resort. Stato d’allerta. Con fare nervoso e facce irrigidite, i “nostri” soldati si allineano conquistando i gazebo di paglia, che spartiranno poi coi giornalisti. Sole d’agosto. Spiaggia bianca. Con le telecamere accese non si possono dare segni di cedimento. Allerta. Ci possono attaccare. Dubito. C’è anche una delle quattro soldatesse della spedizione. All’arrembaggio. Flash. Una donna fra cento uomini fa misoginamente notizia. Fa un certo effetto vedere che ci sono sicuramente più giornalisti che soldati italiani gonfi di timore ed adrenalina. Un connubio interessante. Fra stampa e televisione c’è n’è per tutti i gusti. Dall’inviato mainstream, che spera in un possibile allargamento della guerra, magari all’Iran, per continuare a lavorare nell’area ( deformazione professionale), ad improvvisati free lance da turismo di guerra con Lonely Planet alla mano e poche idee di cosa sia il Libano. Questo è in linea di massima ( chiaramente c’è una buona minoranza di bravissimi giornalisti) quello su cui dobbiamo riflettere quando guardiamo le notizie da casa. Intanto, sfortunatamente, lo sbarco si è dovuto spostare in una spiaggia vicina, per colpa di quello che è stato definito “mare mosso”. Pigra delusione. Muoversi. Bene. Speriamo che i “nostri” non debbano mai compiere un serio sbarco di guerra. Meglio lo sbarco reality.

mercoledì 30 agosto 2006

Beirut, si ricomincia dalla distruzione

Un mese e mezzo di guerra è appena terminato, ma lo spirito gioviale ed affarista che contraddistingue i libanesi non si è piegato alla logica della guerra e della distruzione, e già sta provando a risollevarsi. Così che, in questi giorni, per le strade della capitale, si possono incontrare alcuni manifesti pubblicitari sicuramente curiosi. Una nota marca internazionale di whisky, che ha come logo un omino stilizzato che cammina in paesaggi urbani altrettanto stilizzati, sta proponendo una serie di cartelloni con il solito omino camminando su un ponte. La differenza è che il ponte questa volta è stato disegnato senza un pezzo, come distrutto da un bombardamento. Il logo della marca, Keep walking, sembra ormai emblematico della personalità libanese. La macchina dell’advertisment post-guerra non si è fermata neanche di fronte al peggior nemico. Le pubblicità di diversi istituti di credito, giocano molto sulle parole distruzione-costruzione e fanno leva sui bisogni popolari, sfoggiando indicatori del serbatoio di benzina su empty, ed offrendo, a chi apre un nuovo conto corrente, la possibilità di vincere un buono acquisto da 1000$ di preziosa gasolina. I libanesi decisamente non finiscono mai di sorprenderci. Questa è una delle facce del dopoguerra, l’altra, nel suo contrasto, è quella della propaganda allestita da Hezbollah, nei quartieri del sud della capitale e nella strada che dal centro va verso l’aeroporto. Poster giganteschi che inneggiano alla Divine Victory, e che con certa ironia si prendono gioco della potenza americana, con scritte come This is your Democracy, di fronte ad un edificio raso al suolo, o Extremely accurate target, sullo stesso sfondo di distruzione.

Da una parte quindi l’affarismo neofenicio libanese, e dall’altra, la rivincita popolare antiamericana e la resistenza contro l’invasore israeliano. Contraddizioni? Forse, ma anche semplicemente due facce di una stessa medaglia, di uno stesso Stato, che non necessariamente si scontrano, ma che anzi spesso riescono a complementarsi armonicamente.
La strada è sintomatica di come si stia vivendo la conclusione del conflitto. Da un lato la ricostruzione e l’assenza di benzina, dovuto all’ancora vigente blocco selvaggio israeliano. Dall’altra, la grande influenza e popolarità che ha guadagnato Hezbollah, e soprattutto il suo leader Hassan Nasrallah.

La ricostruzione in Libano è un business che nessuno può permettersi di lasciarsi sfuggire. Un business che è direttamente proporzionale all’accrescimento di consenso popolare. Alla proposta di Nasrallah, di offrire 12000$ ad ogni famiglia senza casa, hanno risposto soprattutto i leader comunitari, singoli individui e businessman con particolari interessi, che si stanno spartendo specialmente la ricostruzione dei ponti distrutti. I ponti, infatti, sono fra le infrastrutture che più hanno patito l’attacco israeliano. La strada che da Beirut lungo la costa conduce fino a Naqura, al confine sud con Israele, è stata letteralmente privata di tutti i suoi collegamenti fra il mare e la montagna. Con una precisione millimetrica sono stati bombardati sistematicamente uno per uno tutti i ponti, per evitare che “i soldati israeliani rapiti fossero portati via”, o più chiaramente per mettere in ginocchio le infrastrutture libanesi e “rimandare il Libano indietro di venti anni”, come dichiarò un membro del governo israeliano all’inizio delle ostilità.

La benzina è l’altro problema principale. A parte il fatto che il prezzo è cresciuto enormemente, si assiste quotidianamente a code d’automobili in attesa alle poche stazioni di servizio aperte. Nel sud, ed a Baalbeck, invece, le stazioni di servizio sono state minuziosamente bombardate. Il costo del servis, il taxi collettivo della capitale, è salito da 1000 a 1500 lire, ed a parte i numerosi battibecchi a cui si assiste in questi giorni, ogni conducente si prodiga nello spiegare quanti problemi abbiano col rifornimento.

Da un lato quindi, questa è la vita quotidiana della gente che è stata colpita dalla guerra di forma indiretta. Dall’altra parte c’è il raccapricciante spettacolo che offrono i suburbi di Beirut ed i villaggi del sud del paese. Mentre nei suburbi ad essere stati rasi al suolo sono interi quartieri con palazzi di 10-15 piani, nel sud del paese, l’unità di misura è quella del villaggio, della cittadina. Qui le case sono crivellate dai colpi o sventrate per metà, lasciando ancora intatto a volte il mobilio precedente. La cittadina di Bint Jbeil, nel profondo sud, a cinque km dal confine, è poco più che un ammasso di macerie. Niente si è salvato di un paese che lascia i segni visibili di una battaglia campale, e che sicuramente sarà ricostruita in un’altra posizione.

Provate ad immaginare di attraversare un paese di 15000 abitanti ed incontrare alla vostra destra ed alla vostra sinistra solo macerie di case, rottami d’auto accartocciati, pali della luce inarcati sulla strada; poi decidete di entrare nella parte vecchia della città, constatando come le bombe abbiano bussato rispettosamente a tutte le porte, e si possano intravedere fra le macerie scarpe, vestiti, giornali e ventilatori penzolanti da luoghi improbabili.

Le tracce dell’esercito israeliano, ancora presente in alcune zone del sud, si palesa quando s’incontrano le “nuove” strade spianate dai carri-armati israeliani, i famosi merkava, i resti degli approvvigionamenti dell’esercito con la stella di David ed un dirigibile che sorvola e controlla il confine. Il contrasto tra questa regione del Libano completamente distrutta e lo splendido paesaggio che offre alla vista, fatto di piantagioni di banane sulla costa e coltivazioni di tabacco al suo interno, è spaventoso. Molte delle case distrutte ancora hanno in bella vista le foglie di tabacco lasciate ad essiccare, un prodotto di lavorazione popolare, e simbolo di come la distruzione e la contaminazione provocata dalle bombe sganciate abbiano mandato in rovina il lavoro passato e futuro di una parte della popolazione più povera del Libano.

Intere famiglie intanto tornano verso le loro case, nel sud e nei quartieri meridionali di Beirut. Con gran coraggio lo hanno fatto già mezz’ora dopo l’inizio del cessate il fuoco. Cercano fra le rovine quello che è possibile salvare della propria casa, discutono con gli agenti di sicurezza perchè non gli è permesso di andare in zone ancora non bonificate dalle bombe inesplose, ma soprattutto, e di fronte ad uno spettacolo che non può non lasciarti inerme, ricominciano a riparare il riparabile.

La guerra ha portato distruzione, l’intento di sradicare la popolazione sciita, ed il tentativo di mettere in ginocchio l’economia libanese, forte concorrente d’Israele nell’area mediorientale. Inutile evidenziare che la più grande fabbrica di latte del Libano, ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani in una zona isolata del paese, non sia certo parte della “infrastruttura del terrore” di Hezbollah, che Israele proclamava di distruggere. Inutile evocare l’imprecisione nei bombardamenti, quando s’incrociano carcasse d’automobili colpite chirurgicamente, con tutte le sue persone a bordo, probabilmente in direzione nord. Famiglie che scappavano dalla guerra, difficilmente membri di Hezbollah.

I libanesi provano ad alzare la testa, ma sono furibondi con le nazioni che hanno nei primi giorni permesso che questa guerra proseguisse. Allo stesso tempo però, nei confronti di noi asgnabi, stranieri, sono incredibilmente più gentili e socievoli. Ancora si crede in qualcuno. In primis D’Alema, poi segue Chavez, il presidente venezuelano. Il nome di Massimo D’Alema è ormai sulla bocca di tutti, i suoi baffetti provocano simpatici ghigni fra i libanesi, e sta raggiungendo apici di popolarità che solo Nasrallah e Che Guevara possono sovrastare. Speriamo bene

mercoledì 23 agosto 2006

Italy, je t’aime tantissimo!!!

Domenica scorsa, passeggiando tra le rovine dei suburbi di Beirut, Hassan, un amico libanese, mi ha fatto notare la presenza di un parlamentare di Hezbollah tra le macerie degli edifici bombardati. Guardandolo bene, ho riconosciuto il volto di Hussein Haji Hassan. Ridacchiando, mi sono ricordato di quel “braccetto” birichino col ministro D’Alema, che tanto scalpore creò nell’opinione pubblica italiana. Così, ho provato a spiegare ad Hassan perchè quella foto provocò tanto scandalo e di come in Italia la critica alla politica dello stato ebraico spesso venga tramutata in un semplicistico e nocivo antisemitismo. Nel suo semplice e naturale stupore mi ha risposto che il parlamentare ha visitato tutti i giorni le zone bombardate. “E’ a contatto con la gente che soffre, è una buona persona, anche gli italiani sono buona gente. Quindi, cosa c’è di male?”. Non c’è dubbio che l’Italia abbia una buona reputazione in Libano, a volte è anche eccessivamente ed incomprensibilmente amata. La conoscenza di nuove persone in Libano comporta regolarmente l’affermazione “eh, si sa, italiani e libanesi si assomigliano proprio!”. Ormai sovrastato, annuisco e basta. Le marche italiane non hanno rivali e gli scaffali dei supermarket sono stracolmi di made in Italy. Perchè tutto questo “amore”? I più dicono che nel 1982, durante la guerra civile, la forza d’interposizione italiana si sia comportata egregiamente, abbia aiutato la popolazione locale e stretto sinceri legami con la gente. Ecco, di nuovo il contatto con le persone. Un valore che da queste parti significa molto, soprattutto se entri in un paese straniero con la divisa militare e le armi in pugno.

I libanesi hanno fiducia nell’Italia, e si sa che la fiducia è il primo passo per ogni buona relazione. In politica internazionale nessuno però fa niente per niente. L’Italia si vuole impegnare a fondo nel Libano, soprattutto per salvaguardare un partner economico fondamentale, ma anche per riacquistare spessore nell’area mediterranea. Il governo italiano sa perfettamente che si sta ingaggiando in una forza di pace che non ha l’obiettivo di disarmare Hezbollah. Allo stesso tempo sa che il “Partito di Dio” è un gruppo disciplinato, e non un gruppo terrorista composto da schegge impazzite, ma da membri fedeli alle direttive dei propri leader. Se gli italiani del contingente scenderanno in Libano carichi d’umanità e con fucili scarichi, e se nessuno si lancerà in destabilizzanti provocazioni, la forza di pace sarà trampolino di lancio per lo stato italiano nella regione. Forse, in un futuro prossimo, in quello slang libanese ora farcito di francese, inglese ed arabo, si potranno così incontrare anche espressioni come yalla ciao, Buongiorno, ca va? o Inchallah domani.

mercoledì 2 agosto 2006

Sciiti, palestinesi, coincidenze e cicli storici.

Una delle principali conseguenze della guerra che oppose arabi ed israeliani nel 1948, fu la creazione della diaspora palestinese. Interi villaggi palestinesi furono rasi al suolo ed i suoi abitanti costretti a fuggire. Sparsi ai quattro cantoni del Medio Oriente, centinaia di migliaia di palestinesi, e le successive generazioni, vivono tuttora in campi rifugiati, spesso senza possibilità di lavorare perchè non dotati di cittadinanza, nell’attesa di poter tornare a casa. In questi paesi sono involontaria fonte di destabilizzazione per i governi ospitanti.

Per questo a Damasco, dove, dopo i bombardamenti israeliani del Libano, i cittadini libanesi qui accolti sono quasi 200.000, il termine “rifugiati” è mamnu’a (proibito in arabo), bisogna chiamarli “evacuati”. La disputa terminologica si deve al fatto che il governo siriano li considera “ospiti” momentanei del paese, e non vuole che la storia si ripeta come con i palestinesi. Ma a volte la storia si ripete.
La maggioranza degli “evacuati” proviene dalle regioni meridionali libanesi e dalla valle della Beeka, vale a dire, zone a stragrande maggioranza sciita, molti dei quali sostenitori di Hezbollah. Probabilmente quindi il 70% degli evacuati, rifugiatisi in Siria, sono di confessione sciita (i palestinesi libanesi in questo caso, essendo indocumentati, non possono sfuggire alla guerra).

I numerosi villaggi cristiani del sud libanese sono stati vittime dei bombardamenti israeliani, ma evitando di “farne granelli di sabbia” come qualche generale israeliano ha accennato. Si dice che uno di questi villaggi, di 20.000 abitanti, stia accogliendo più di 50.000 rifugiati, che qui si sentono più al sicuro, nonostante si trovino nel bel mezzo della guerra. Si vuole forse colpire un’intera comunità? Coincidenze forse. Ma la storia a volte si ripete.

Durante i primi anni della guerra civile libanese, quando nel 1978 Israele entrò nel conflitto, la zona meridionale del Libano era in gran quantità abitata dalla popolazione palestinese e base della guerriglia palestinese. Lo stato ebraico entrò quindi militarmente in Libano, provocando lo spostamento della quasi totalità dei palestinesi verso i già esistenti campi profughi delle grandi città.

Israele attuò nello stesso modo nei confronti della popolazione sciita, nel 1996, e provocò le stesse conseguenze: un massacro di bambini a Cana (la stessa Cana d’oggi, la stessa delle evangeliche moltiplicazioni), distruzioni d’interi villaggi, rafforzamento morale dell’estremismo di Hezbollah e la stessa quantità di rifugiati. Quegli stessi rifugiati crearono il grosso dei cosiddetti suburbi di Beirut, ora “covo” di quell’Hezbollah supportato dall’odierno “malefico” Iran. Per coincidenza paese sciita.

Distruzione e disperazione sono sempre proporzionali a tempeste d’odio. Questa è l’insensatezza di tutte le guerre. Speriamo che le coincidenze non esistano e che la storia ciclica sia un’invenzione accademica.

martedì 25 luglio 2006

Vittime di chi?

Fadi è in Italia, a Roma. Dopo aver seguito per tre anni un corso d’italiano all’Istituto Culturale Italiano di Beirut, finalmente è riuscito ad ottenere un visto per studiare in Italia, in cerca di un futuro più dignitoso. Fadi è di un piccolo paesino del Sud del Libano, nei pressi della città di Tiro. Tre volte la settimana parte dalla sua casa con un servis (taxi collettivo libanese) con direzione Tiro, la città più popolata del Sud. A Tiro quindi sale su un minibus che in poco più di un’ora lo porta a Beirut. Finita la lezione lo stesso tramite. Fadi chiaramente non può permettersi di affittare una stanza a Beirut, troppo cara la capitale libanese. L’ambasciata italiana, per rilasciare un visto di studio ad uno studente libanese, l’anno scorso, ha drasticamente alzato il prezzo della caparra che ogni studente deve versare, per partire, in un conto corrente di una nota banca italiana. Mentre gli anni precedenti la caparra si aggirava sui 2000$, un prezzo già proibitivo per famiglie numerose del sud del paese, l’anno scorso, è stato alzato a 5000$, giusto un mese prima della scadenza delle iscrizioni nelle Università italiane. Come trovare tanti soldi in così poco tempo? Come trovare 5000$ quando una famiglia del sud del Libano può vivere con in media 10.000 delle nostre vecchie lire al giorno? Eppure Fadi ce l’ha fatta, è riuscito a trovare i soldi, lavorando, chiedendoli in prestito,...ed ora è in Italia. Da dieci giorni non ha più notizie delle sue due sorelle che vivevano a Bint Jbeil, nel sud libanese, a ridosso della frontiera con Israele. Il paese è sotto continuo bombardamento da quindici giorni, è stato svuotato completamente, nelle sue strade si affrontano le forze speciali israeliane e la guerriglia di Hezbollah, tra cadaveri di civili che nessuno raccoglie (sfortunatamente mi piacerebbe che fosse solo una frase giornalistica ad effetto), dovuto al fatto che “non è il momento per un cessate il fuoco”. Fadi non riesce a contattare nessuno che possa dargli notizie delle sue sorelle. La maggior parte della popolazione del sud si sta spostando verso la capitale nei centri d’accoglienza che si stanno allestendo per rifugiati. La Croce Rossa parla di più di 700.000 rifugiati, non male per uno stato di massimo 4 milioni d’abitanti. Mettetevi nei panni di Fadi per un secondo. Di fronte a quello che propongono i media italiani probabilmente chiunque si farebbe sopraffarre dal pessimismo. I centri culturali stranieri di Beirut sono pieni di ragazzi speranzosi come Fadi. Fadi non è né cristiano né musulmano. Fadi non esiste materialmente. Ci sono decine di migliaia di Fadi nel mondo. Ci sono centinaia di Fadi anche nel nostro Belpaese. Pensate comunque a tutti loro per un attimo. Tutte vittime dell’ennesima guerra. Guardiamo le vittime ora, poi penseremo ai colpevoli. E’ abbastanza.

domenica 16 luglio 2006

Luci spente su Beirut

Il faro di Beirut è situato in una zona molto popolare, nel quartiere di Manara, sulla Corniche, il lungomare cittadino. Nei pressi del faro c’è un popolare ristorante bagnato dagli spruzzi del Mediterraneo, e c’è il rischio di inciampare in accaniti pescatori locali. Ogni giorno al calar del sole si riuniscono sulla Corniche una promenade di beirutini, chi per passeggiare, chi per prendere un caffé, famiglie intere con narghilé e cibo fatto in casa. Portano sedie da casa, certi stendono tappeti, ed occupano tutto il lungomare; sono soprattutto famiglie dei suburbi e del sud, che non possono permettersi di “accedere” alla fatiscente Downtown, ricostruita dalle macerie della guerra con soldi sauditi e con prezzi inaccessibili a molti.

Il faro è stato oggi bombardato impunemente dalle navi da guerra israeliane appostate al largo delle coste della capitale. Probabilmente anche il ristorante, e non sembra ci sia nessuna traccia di pescatori o famiglie di Dahiya (letteralmente “suburbio” in arabo), quelle stesse famiglie che ora stanno fuggendo dai bombardamenti delle loro case costruite nel post-guerra, cercando rifugio in scuole o appartamenti vuoti in zone del centro cittadino.
Era veramente importante colpire il faro cittadino, in un Libano già isolato via mare dalle navi militari israeliane? Era un obiettivo concreto o serviva solo a distruggere un simbolo della città e mettere psicologicamente in ginocchio i suoi cittadini?

Da quando è cominciata la guerra (e mi intristisce il pensiero di denominarla in questo modo) niente sembra aver senso. Bisogna allora domandarsi se ha senso questa “guerra”, quando il governo libanese non l’ha dichiarata, ed inerme subisce i bombardamenti israeliani, vittima di una complicata dinamica di forze interne e di un difficile bilanciamento confessionale-regionale, difficilmente spiegabile nell’ottica degli stati-nazione occidentali.
Non è una guerra fra Stati, anche se Israele continua a chiamare in causa Siria ed Iran; è una guerra fra gli Hezbollah, che cercano di rappresentare il malessere delle masse arabo-musulmane, e lo Stato d’Israele.
Israele sta cercando di mettere in ginocchio la totalità della cittadinanza, e cerca di chiamare in causa anche un esercito libanese che non vuole partecipare ad una guerra che non ha cominciato e che non rispecchia il sentimento della maggioranza della nazione; ma in Libano la logica occidentale di maggioranza e minoranza non funziona, funziona il consenso ed il sentimento popolare, funziona la sofferenza e la solidarietà. Per questo il governo libanese, nonostante rifiuti le scelte militari di Hezbollah, non si sente, in un momento così difficile per il paese, di condannarne l’operato completamente. Fare fronte comune è il motto.

Nessuno in questi mesi si aspettava che la guerra potesse scatenarsi dall’esterno, tutti presagivano un ritorno della guerra civile dovuto a dissidi confessionali. Nessuno si aspettava una reazione di tale portata da parte israeliana, in seguito ad un’operazione di guerriglia della milizia di Hezbollah. In altri momenti Israele, soprattutto negli ultimi mesi, aveva risposto a tali azioni con bombardamenti mirati, ma senza cercare di colpire le infrastrutture di uno Stato che cerca ancora di risollevarsi dalla guerra precedente.
Oggi Israele invece ha voluto lasciare un segno indelebile nella cittadinanza libanese.

Ma quanti sono i guerriglieri dell’esercito di Hezbollah uccisi? Fino ad ora non se ne ha notizia, si sa che le defezioni sono fra i cittadini, famiglie, donne, bambini. Vorrei poter dire che ci sono più di 200 morti, ma nel momento che uscirà quest’articolo il mio pessimismo mi spinge a pensare che il numero di vittime triplicherà. Si triplicheranno come le diplomatiche parole dei governi occidentali.

Intanto il prezzo del pane è alle stelle e mentre prima si poteva comprare per mille delle nostre vecchie lire, ora sembra superare le ottomila lire.
Le università hanno chiuso, i negozi aprono ad intermittenza, le televisioni sono sempre accese e le scuole ancora intatte dai bombardamenti servono da rifugio per le famiglie del sud; l’elettricità ed il combustibile arrivano a singhiozzo, e scappare dal paese attraverso l’unica frontiera nel nord, verso la Siria, può voler dire pagare 500$. Un tragitto che al massimo ne costava dieci di dollari, fino a qualche settimana fa.

In Siria la strada che unisce Tartus con Homs, a ridosso del confine col Libano, è un viavai di minibus, bus, taxi, tutti si dirigono al confine cercando anche di fare affari grazie alla improvvisa situazione creatasi.
Molti in Siria, nonostante il regime imponga un’opinione controllata, hanno accolto l’appello televisivo di Hassan Nasrallah a non farsi scappare l’occasione per infliggere una sconfitta ad Israele; in molti negozi cominciano a sventolare le bandiere gialle del “Partito di Dio”, per la strada i bambini vendono le foto del leader sciita, e si organizzano manifestazioni in ogni città.

Non hanno paura della guerra i siriani, la loro forza sta nel fatto, come mi dice un negoziante di Latakia, la città natale di Bashar al Assad, che “sia loro che i libanesi sono abituati a sopportare la guerra, sono gli israeliani che non hanno mai vissuto le bombe, ad Haifa e Tel-Aviv non sanno cosa significa vivere sotto i bombardamenti, sono loro che devono aver paura, sono loro che non resisteranno per più di una settimana nei rifugi sotterranei...”. Una visione da logica di guerra difficile da comprendere e concepire, ma che ormai quotidianamente pervade le popolazioni di questa regione senza pace. Una guerra che coinvolge principalmente la popolazione civile e che provoca la “caccia aperta” per cercare di comunicare con amici e conoscenti sparsi per il Libano. Molti stranieri sono stati evacuati fra le lacrime, molti libanesi non possono permetterselo, molti sono “costretti” a restare. E’ in tutti impellente la ricerca degli amici che vivono nel sud, a Sour o Saida, totalmente isolati dal resto del mondo; chi ha la possibilità scappa negli chalet di montagna del nord, chi non ce l’ha sta a Beirut e, come ha scritto Mahmoud Darwish in un suo libro ambientato durante l’assedio angoscioso di Beirut da parte degli israeliani nell’estate dell’82, il dolce risveglio del mattino si riduceva nel gusto di assaporare il caffé, fumare la prima sigaretta, per poi rimettersi ad ascoltare la radio o la televisione e sperare...

Anche nel 1982 l’Italia vinse la Coppa del Mondo, e sicuramente i libanesi invasero le strade della capitale per festeggiare la vittoria italiana come succedette due settimane fa. Strane coincidenze che rendono la città di Beirut speciale per chi vi vive.
Beirut è una città che provoca inspiegabilmente allo stesso istante amore e odio, una contraddizione che si trasforma in intenso amore ed impotenza in questi momenti difficili. Il senso di vuoto che sale da dentro quando bombardano una città che conosci si unisce all’impotenza, e unico rimedio alla malinconia sono ormai solo le note di Fairuz che inneggiano Bhebak ia Libnan, Ia uatani bhebak, B shmelak bi jnoubak, bi zahrak bhebak... ( Ti amo o mio Libano, mia patria ti amo, a nord o a sud, ti amo nei tuoi fiori...)

lunedì 26 giugno 2006

Il Grande Orecchio Mediorientale

Nelle strade di Beirut spesso si vocifera e si scherza, durante normali conversazioni, quando una persona sfoggia notizie di corridoio ricevute da “fonti attendibili” o sembra che sia informato su tutti gli eventi che percorrono la città nel minimo dettaglio: “Anta mukhabarat eh?!”. Il termine si riferisce al famigerato apparato di servizi segreti statale, che in ogni paese arabo è spettro per tutti gli individui e voce di cosciente disciplina.
Un apparato che ancora oggi regge molti autocratici Stati arabi. In Libano, l’idea di mukhabarat è ancora relazionata con la Siria, che fino alla scorsa primavera, solo dopo il ritiro dal paese dei cedri, regnavano incontrastati nel panorama libanese e disponevano di una portentosa rete di informatori. Molti notano ora come sia cambiato l’atteggiamento delle persone, ben più predisposte a parlare in pubblico, senza grosse paure, di politica. Fino a poco più di un anno fa, era necessaria la presenza di fidati amici per fare certe esternazioni di carattere politico.

Ora, l’ultima domenica di maggio un’inaspettata breaking news svegliò i cittadini libanesi, pronti per trascorrere la giornata nelle spiagge del sud, le più rinomate in quanto a limpida acqua cristallina. Come risposta ad un missile lanciato dal Libano verso una postazione militare israeliana sul confine, gli aerei israeliani invasero lo spazio aereo libanese (cosa che comunque succede a cadenza settimanale) e bombardarono alcune postazioni di guerriglieri palestinesi a 15 km da Beirut, ed altre nella valle della Beeka. Una rappresaglia, quella israeliana, di una tale continuità e portata, da far tornare alla mente le incursioni precedenti la fine dell’occupazione nel 2000. La rappresaglia provocò la reazione delle milizie di Hezbollah, che si dichiararono estranei al precedente attacco, e che per l’intera giornata ingaggiarono un intenso combattimento con le forze israeliane al confine sud del Libano. Pochi mezzi di comunicazione occidentali misero in luce la possibilità che le scaramucce potessero essere strettamente relazionate con l’uccisione pochi giorni prima di un membro del gruppo palestinese della Jihad Islamica e di suo fratello, nella città di Sidone, con l’esplosione di un’autobomba azionata da un comando a distanza.
L’assassinio, spinse subito le autorità libanesi a puntare il dito contro il Mossad, i servizi segreti israeliani. Normalmente di fronte alla sindrome da persecuzione araba e le tesi cospirative, tanto in voga in occidente, i mezzi di comunicazione del vecchio continente tendono a soprassedere di fronte a tali congetture.

Gli strascichi di questi avvenimenti si protrassero per tutto il mese di giugno, fino a quando i servizi di sicurezza libanesi arrestarono in una cittadina del sud il presunto autore materiale dell’attentato ai danni dei fratelli Majzoub. Durante la perquisizione della sua casa s’incontrò materiale spionistico d’alta tecnologia, passaporti falsi e documenti compromettenti. Dalle indiscrezioni della stampa locale, sembra che l’uomo avesse ricevuto la bomba sotto forma di portiera di una Mercedes, raccolta in un porto minore del nord del Libano; l’unico suo compito sarebbe stato quello di sostituire la portiera e posizionare la macchina nel luogo prestabilito. In poche ore la persona arrestata confermò di aver ricevuto il materiale da parte dei servizi israeliani. Anche in questo caso i media occidentali evitarono nella loro quasi totalità di menzionare gli sviluppi di tale avvenimento.

Quello che più lascia perplessi, è che anche i quotidiani israeliani, sempre attenti di fronte alle azioni compiute dai propri servizi, abbiano in un certo modo tralasciato la notizia. L’unico quotidiano che chiese un’inchiesta governativa fu il Yediot Aharonot, mentre Haaretz pubblicò la notizia solamente come spalla alle incursioni nella striscia di Gaza dell’esercito.
E’ quindi difficile pensare che, dopo il ritiro “pacifico” dal Libano nel maggio del 2000, non siano ancora presenti sul territorio numerosi agenti, anche considerata l’importanza libanese nello scacchiere mediorientale. Così com’è difficile credere che con il ritiro siriano dell’aprile scorso, dopo un’occupazione di ventisette anni, non sia rimasta quella consistente rete d’informatori che lavorava nel paese. Intanto gli Stati Uniti ed Israele affermano con certezza la presenza dei servizi iraniani nelle zone del sud del Libano, in supporto logistico ad Hezbollah.

Gli apparati libanesi ancora non si sa come si siano schierati, e dal governo qualcuno fa la voce grossa dicendo che pochi giorni sono bastati per risolvere questo caso, mentre ancora niente si sa nulla delle innumerevoli bombe scoppiate in questo anno solare.
Di certo, e direi sicuramente, i servizi occidentali non sono tagliati fuori da queste dinamiche informative, ma il loro lavoro è certamente più sottile.
Le strade di Beirut sono inoltre invase da guardie di sicurezza private e militari, intenti, a orario continuato, al controllo di ospedali, banche, ambasciate, consolati, catene internazionali ed a salvaguardare la libertà del cittadino. Uno scenario senza dubbio suggestivo per un paese con una popolazione pari a quella dell’Emilia Romagna. Un grande orecchio, ed un grande occhio, che farebbe invidia sia alle futuristiche fantasie del George Orwell di 1984, sia alle ipotesi grottesche del fumettista Alan Moore di V for Vendetta.

Nell’era della comunicazione le notizie viaggiano a velocità considerevole e per canali trasversali, sia a livello locale che globale, ma di certo ognuno fa uso delle informazioni che possiede a proprio piacere.

martedì 15 marzo 2005

La primavera di Beirut, verso la rivoluzione dei cedri?

In un pomeriggio come altri, in questi emotivi giorni di Beirut, mi soffermo a bere un caffè in Bliss Strett, in una di queste caffetterie dove puoi sederti, sorseggiare un caffè ed assistere con gusto ai movimenti della città.
Il mio sguardo, forse ad una prima superficiale occhiata, non può che rimanere esterrefatto dalla quantità di auto di lusso che sfrecciano nel caotico traffico di Beirut: mercedes, bmw, porsche, ma soprattutto mastodontici fuoristrada che sembrano poter mangiare l'asfalto, ma che inesorabilmente sono bloccati dai costanti ingorghi e devono dividere, a suon di clacson, la grigia e sconnessa strada con automobili ben più modeste o addirittura con antiche mercedes degli anni cinquanta, a volte senza un finestrino, a volte con la ventola del motore in bella vista, in grande maggioranza sono i cosiddetti servicee, ovvero taxi collettivi che raccolgono clienti ai lati della strada mentre ti conducono a destinazione, per il modico prezzo di mille lire libanesi.
Veri e propri assi del volante questi tassisti popolari che, oltre a doversi districare nella giungla di Beirut, danno anche un occhio alle persone che apparentemente stanno cercando un taxi, e di cui rapidamente verificano se la destinazione è compatibile con i passeggeri che ha a bordo.

Sicuramente il primo impatto con la città è questo, una grande diversità culturale e sociale che convive in prossimità vicendevole.
Bliss Strett si trova nel quartiere di Hamra, che prende il nome dall'omonima via commerciale che scorre parallela. Ritornando indietro negli anni, come minimo di quindici, si potrebbe ricordare che era situata nella cosiddetta Beirut Ovest, dove risiedeva la comunità musulmana durante gli sconvolgenti eventi della guerra civile.
Oggi questa divisione fra un Ovest, musulmano ed un Est, tendenzialmente cristiano, è stata generalmente rimossa dalla gente, come dimostrano le quotidiane manifestazioni che uniscono cristiani e musulmani.
Hamra, è la zona dell'AUB, l'Università Americana di Beirut, un'istituzione per tutti gli studenti del Medio Oriente in quanto a qualità di insegnamento, ma ugualmente non facilmente accessibile a tutte le tasche.
Qui ci sono le più famose catene americane di fast-food, ma anche piccoli chioschetti che vendono una delle pietanze tipiche libanesi, il mannoushi, una sorta di piadina romagnola ripiena di formaggio, cetrioli, pomodori, olive e foglie di menta, e che rappresenta uno dei più rinomati snack con cui cominciare la giornata, soprattutto se sei uno studente e puoi permettertelo per un prezzo irrisorio.

Ma questo quartiere è anche considerato il feudo del defunto ex-Presidente del Consiglio, musulmano sunnita, Rafik Hariri, ucciso, nonostante i suoi super moderni servizi di sicurezza, da trecento kg di tritolo nel giorno di San Valentino di questo stesso anno.
Caso strano ha voluto che il supposto kamikaze, o l'autobomba o altre ipotesi che ancora gli inquirenti devono verificare, abbia stroncato la sua vita, e quella degli uomini della scorta al seguito, proprio nella "sua" zona, sulla corniche, il lungomare di Beirut, quotidianamente affollato, soprattutto al tramonto, di venditori di mais e caffè, famiglie che fumano il narghilè, ragazzi che pattinano o corrono a lato del mare, con sullo sfondo abbondanti hotel super lusso, principalmente per ricconi sauditi del golfo che vengono a spendere i loro petroldollari nella "occidentale" Beirut.

Tutti i negozietti che affollano questa zona hanno perlomeno una foto formato poster del loro ex-presidente, e non è strano vedere sfrecciare per la strada automobili suonando il clacson, inno nazionale libanese a tutto volume, bandiere bianche e rosse sventolanti e con la carrozzeria tappezzata di sue immagini.
Hariri è diventato all'improvviso un eroe e l'icona di un cambiamento che molti libanesi aspettavano per ribellarsi allo status quo delle cose che duravano dall'inizio degli anni novanta, ai tempi della fine della guerra civile, che sancì la presenza sul territorio libanese, attraverso accordi internazionali, dell'esercito siriano.

Tantissimi abitanti di Beirut portano sulla giacchetta un fiocco azzurro, simile a quello della lotta contro l'Aids, con la foto del defunto presidente sunnita.
Ma l'ex-presidente, elevato attualmente agli onori di eroe nazionale, oltre ad essere stato un benefattore per molti studenti che volevano studiare all'estero, è stato anche, imbarcandosi in un'avventura neo-liberale con l'appoggio dei sauditi, colui che per la costruzione della nuova Downtown, una fatiscente zona al centro della città che niente ha da invidiare per prezzi e glamour ai Campi Elisi parigini, ha contribuito in parte ad incrementare il debito di bilioni di dollari dello Stato libanese, ed ha espropriato, attraverso la sua organizzazione Solidere, appezzamenti di terreno a piccoli proprietari o abitanti di questa zona martoriata dalla lunga guerra civile.
Fra i libanesi circola la battuta che ogni bambino nasce con un debito di qualche centinaia di migliaia di dollari…Buongiorno Libano!Buongiorno mondo!

Ormai è passato un mese dal suo omicidio ed ancora le investigazioni brancolano nel buio, la zona del massacro è ancora sotto sequestro, il cratere provocato dalla bomba ancora rimane a cielo aperto e l'area è transennata e controllata giorno e notte dall'esercito.

Hariri si era dimesso a novembre dell'anno passato, dopo che il governo fantoccio manovrato dalla Siria aveva deciso di aumentare di tre anni il mandato del Presidente Emile Lahoud, cristiano maronita e filo-siriano, che per gli accordi di Taef del 1991 che posero fine alla guerra civile, deve essere alla presidenza della Repubblica (il Primo Ministro invece deve essere musulmano sunnita ed il portavoce del Parlamento musulmano sciita).
Da quel 14 di febbraio le manifestazioni di piazza e le concentrazioni di protesta si susseguono quasi a cadenza quotidiana, ed a ciò fa seguito un'inesorabile chiusura delle attività commerciali ed amministrative per la quasi totalità della giornata.
Musulmani sunniti, sciiti, drusi, cristiani maroniti, greci ortodossi, caldei, protestanti, armeni…risulta difficile in poche settimane sgrovigliare questa matassa composta di comunità confessionali di cui è farcito lo Stato libanese, e capire chi sta con chi e perché.

Ancora quando guardo in televisione i continui aggiornamenti sugli eventi che si susseguono e chiedo informazioni sull'uno e sull'altro politico, amici libanesi, per aiutarmi, me lo spiegano ricordandomi che uno è di Monday ed uno di Tuesday, in base ai giorni in cui abitualmente manifestano l'una o l'altra fazione.
In teoria la divisione nel contenzioso è fra la opposition, che riunisce in linea di massima sunniti, cristiani maroniti e drusi, e loyalist, gli sciiti principalmente, ma non solo, leali al governo manovrato da Damasco.

Quello che più contraddistingue le due parti è sicuramente la divisione sul ruolo della Siria nella politica del paese, da una parte la sua ritirata è il primo obiettivo, mentre dall'altra c'è un appoggio incondizionato alla sua presenza.
Una parte concentrata stabilmente giorno e notte, subito dopo l'omicidio di Hariri, con un accampamento in Piazza dei Martiri, adiacente al grande stand allestito dai seguaci dell'ex-presidente, dove è stato seppellito insieme alla sua scorta, e luogo di quotidiano pellegrinaggio per gli abitanti di Beirut, che vengono a pregare sulla sua tomba ornata di fiori e candele, e dove scorazzano una decina di colombe bianche.
Dall'altra parte, principalmente Hezbollah, il "partito di Dio", musulmano sciita, con forti legami con Siria ed Iran, e che fa presa sulle persone più povere della società grazie alle sue organizzazioni caritative, principalmente nei sobborghi meridionali di Beirut e nel sud del paese, al confine con il "demonio" Israele, che con la sua lotta ha conseguito scacciare nel 2000 dalle terre libanesi.
Il partito di Hassan Nasrallah, segretario generale del partito, si è riunito con una concentrazione di centinaia di migliaia di seguaci a pochi metri dalla piazza dei Martiri, simbolo dell'opposizione.

Da quel momento sono cominciate le battaglie di cifre fra le parti, sulla qualità o quantità dei manifestanti, ed hanno cominciato a circolare mirabolanti racconti, come quella che voleva che fossero arrivati cinquemila autobus di sostegno direttamente dalla Siria, o del fatto che in piazza erano presenti un milione settecentomila persone, la metà degli abitanti dell'intero Libano...

Il dato di fatto è che quel martedì di marzo, prima manifestazione pro-governativa e pro-siriana, le strade della città erano completamente vuote, vuoi per la presenza massiva alla concentrazione, vuoi per il clima di tensione che aleggiava nella città, per paura che una scintilla potesse accendere pericolose ritorsioni alla fine del comizio. Le stesse ambasciate straniere erano arrivate a sconsigliare ai propri connazionali di non uscire in strada quel giorno.

Un altro dato di fatto è stato invece quello che la dimostrazione è stata completamente pacifica, nonostante i toni aggressivi contro gli invasori sionisti ed americani, e di ciò bisogna dare atto a Hezbollah, ed ai suoi seguaci, come prova di grande maturità politica: una realtà non completamente accettata dall'opposizione.
Certi toni radicali non mancano neanche nella "progressista" opposizione, dove alle manifestazioni di piazza è possibile riconoscere una certa quantità di personaggi vestiti completamente di nero, che all'inno nazionale alzano il braccio in stile nazi-fascista: sono i falangisti cristiani radicali, un'organizzazione paramilitare nata prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, che durante la guerra civile libanese si macchiò degli orrendi massacri dei campi di Sabra e Chatila, dove migliaia di rifugiati palestinesi furono barbaramente massacrati.

Ed io non ho potuto assistere che con raccapriccio a certe manifestazioni, soprattutto per il fatto di vederli contemporaneamente a fianco di giovani, ragazzi e ragazze multicolore che chiedono, bandiera libanese alla mano, un futuro di democrazia, convivenza nazionale e progresso.

Allo stesso tempo è continuamente sotto i propri occhi vedere sfilare per il centro mercedes ultimo modello con la bandiera libanese sventolante e clacson strombazzante, una visione certo non consueta.
La prima considerazione che mi viene alla mente è quella che, mentre un tempo Beirut era divisa tra Est ed Ovest in una guerra fratricida e confessionale, oggi questa divisione è forse più tra Nord e Sud, tra ricchezza, agi, centri commerciali fatiscenti, i ricchi quartieri di Verdun ed Achrafieh intrisi di uno stile di vita "occidentale", contrapposto ad un Sud fatto di famiglie numerose, campi di rifugiati e sobborghi per nuovi immigranti provenienti dall'Asia.
Risulta particolarmente difficile capire questo paese dove sembra che non esista una vera classe media, ma dove predomina un invalicabile divario economico tra persone che vivono quotidianamente l'una accanto all'altra.

Beirut è contrasto allo stato puro; ci sono zone come Downtown, dove un caffè espresso può raggiungere il prezzo di ottomila lire libanesi, equivalenti alle nostre vecchie lire italiane, e mi chiedo in quali piazze europee si possa pagare tale cifra, ed a cinquecento metri di distanza magari un edificio ancora crivellato dai colpi di mortaio della guerra civile e completamente in disuso.
Tutto si può pagare in dollari con una certa consuetudine ed è una constatazione evidente che il dialetto libanese è farcito di vocaboli inglesi come please o sorry, che capita di sentire anche dallo speaker di turno alle immense manifestazioni di piazza.
Nonostante tutta questa differenza sociale la situazione di questo "evento storico", che mette di fronte due modi di vita e culture differenti, non sembra particolarmente irrespirabile, anche se la presenza di transenne di cemento nei pressi di qualsiasi edificio governativo o ambasciate o banche internazionali, dell'esercito nelle strade armato di kalashnikov e di qualche carro-armato durante le manifestazioni, denotano una certa situazione di tensione.
Inoltre lo spettro della guerra civile, dove ci si fronteggiava casa per casa, è ancora particolarmente prossimo, neanche il tempo di una generazione è passato.

Anche tra i giovani esiste e si riscontra la tendenza ad evitare, in questi giorni, posti affollati come bar e discoteche della capitale, considerati possibili obiettivi terroristici, e si preferisce uscire in locali di Byblos o Batroun, rinomate località turistiche nel nord del paese, ma distanti solo poco meno di un'ora da Beirut.
Resta difficile capire in poco tempo una città come Beirut, un agglomerato di convivenza fra identità, culture e religioni il più delle volte in contraddizione fra di loro, e dove non è strano vedere ostentare scomodamente, da parte dei suoi abitanti, i propri segni di appartenenza identitaria, come la croce cristiana o la sciabola simbolo degli sciiti.

Ricordo di aver letto un articolo, poco prima dello scoppio della "primavera di Beirut", in cui Hamid Dabashi, uno studioso del Medio Oriente che attualmente vive a New York, descriveva la città come "ancora patologicamente confessionale, ma in cui un qualcosa nel cuore del confessionalismo sta desiderando rifiorire e dare frutti di tolleranza religiosa".
Probabilmente, la sensazione provata da Dabashi era nel giusto cammino, ed è questa forse la sfida più grande che sta vivendo la società libanese in questo periodo storico, a detta di molti unico nella sua specie, in cui si lotta per la "democrazia", ed in cui i giovani, che principalmente popolano le piazze in questi giorni, credono fermamente in una evoluzione della società, imparando dagli errori di un passato ancora troppo vicino, e per un superamento delle contrapposte identità culturali.