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domenica 11 febbraio 2007

Libano. Colpo gobbo dell'esercito

Sono in molti a credere che promuovendo la partecipazione dei cittadini nell'esercito nazionale si possa costruire uno stato più forte, ed accomunare la popolazione sotto ideali nazionali, soprattutto nelle società più frammentate. Niente è più simile al vero nel caso del Libano, dove gli interessi comunitari fanno sempre capolino nei momenti più difficili. Era dal lontano regime del presidente del generale Shihab, in seguito alla crisi del 1958, ed alle sue politiche di centralizzazione, che non si assisteva a tanto vigore da parte dell'esercito nazionale libanese. Un esercito che era uscito dalla lunga guerra civile diviso secondo linee confessionali, e non era più riuscito a ricompattarsi e guadagnarsi il rispetto della popolazione libanese.

Un esercito che sembra ora uscito dal letargo, rinvigorito dalla guerra estiva tra Israele ed Hezbollah, a cui ha partecipato da spettatore, ma anche soprattutto grazie alla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che gli ha permesso, in primis, di tornare a pattugliare il confine israelo-libanese, prerogativa precedentemente in mano alle forze di Hezbollah. Il doppio colpo ad effetto messo a segno negli ultimi giorni rappresenta solo la punta dell'iceberg del lavoro svolto dall'esercito negli ultimi mesi, e non ha lasciato certo indifferente l'opinione pubblica libanese. Prima, nella notte tra mercoledi e giovedi, si è assistito al breve scontro a fuoco tra l'esercito libanese e quello israeliano, un evento già di per sè storico per il panorama libanese.

Se poi si evidenzia che l'esercito libanese ha fatto fuoco per primo con l'obiettivo di difendere il proprio territorio nazionale, la notizia non può che destare attenzione. L'esercito israeliano, dopo il ritovamento a ridosso del confine di alcune cariche esplosive, si è sentito giustificato nell'entrare in territorio libanese con carri e buldozer, cercando di sminare il territorio dalla parte libanese, ma attirando così l'inaspettata reazione dell'esercito libanese. Il secondo colpo gobbo, nella mattinata seguente, con il sequestro di un camion carico di armi proveniente dalla valle della Beeka. Lo stesso partito di Hezbollah ha reclamato la proprietà ed ha chiesto "cordialmente" la prevista consegna, negata però categoricamente sia dagli apparati statali sia dagli ufficiali dell'esercito. In un'atmosfera che nel paese dei cedri è ancora fortemente tesa, e dove si è assistito nelle scorse settimane a violenti scontri interconfessionali, l'esercito ha assunto ormai una posizione netta e costituzionale. Carriarmati e cingolati si sono posizionati nelle zone a maggior rischio interconfessionale, ed i posti di blocco sono ormai entrati nella quotidianità beirutina.

L'uomo forte del momento è il generale Michel Sleiman, comandante dell'esercito, ormai eminente figura pubblica, ed appena reduce da un incontro in Italia con alti funzionari dell'esercito, in seguito al passaggio delle forze dell'Unifil sotto il comando del generale italiano Claduio Graziano. Michel Sleiman aveva espresso chiaramente la posizione dell'esercito dopo il coprifuoco di due settimane fa, in seguito agli scontri che avevano lasciato sul campo almeno nove morti: "L'esercito non tollererà più una situazione del genere". Ma la forza dell'esercito sembra a tutti gli effetti frutto della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che ha messo fine al conflitto israelo-libanese. A cadenza settimanale stanno "piovendo" aiuti militari da Europa e Stati Uniti, perlopiù sotto forma di attrezzature e veicoli, nel tentativo di dare spessore alle forze dell'ordine ed allo stato nazionale. Le forze di interposizione dell'Unifil, che stanno ormai raggiungendo le tredicimila unità, sembra siano ormai direttamente coinvolte nell'addestramento dell'esercito libanese. E' di poche settimane fa la notizia della simulazione congiunta tra Unifil ed esercito, di un'operazione militare in mare aperto con l'obiettivo di intercettare navi nemiche o carichi di armi.

In un paese fortemente diviso su linee confessionali, sarà necessario aspettare momenti più difficili per vedere se la sua postura dell'esercito rimarrà costituzionale e super-partes. Una dura prova sarà quella del prossimo 14 febbraio, secondo anniversario della morte di Rafic Hariri, quando, con molta probabilità, si troveranno faccia a faccia nel centro città, i partiti filo-governativi, e nella piazza adiacente le forze dell'opposizione ancora installate per il sit-in anti-governativo. Tra i due blocchi si inserirà l'esercito libanese, e sono già in molti a sperare che dia ancora maggior vigore al suo ruolo istituzionale.

sabato 27 gennaio 2007

La crisi libanese

“ Sciopero generale!”. “Aumento della produzione!”. Si sono confrontati a suon di slogan (e di milionarie campagne pubblicitarie per le strade del paese) i leader delle forze governative e dell’opposizione nelle ultime settimane. E mentre la data indetta dall’opposizione per lo sciopero generale si avvicinava, non si è verificato alcun segno di cedimento o tentativo di dialogo da entrambe le parti. Quello a cui ha portato tanta ostinazione, in questo martedi di gennaio che precede di pochi giorni la discussa riunione internazionale di “Parigi 3”, è stata una netta frattura fra i due blocchi politici che occupano la scena libanese, e che sarà difficile ricomporre. E’ la prima volta, escludendo le brevi scaramucce di dicembre che costarono la vita ad un giovane militante del partito di Amal, che i due blocchi si sono trovati a scontrarsi in strada a viso aperto così violentemente. Ancora più inquietante il fatto che la violenza sia stata generalizzata in tutto il paese. Sidone, Tripoli, Batroun, Akkar, Nabatieh, la valle della Beeka: tutti scenari di scontri fra fazioni opposte. La città di Beirut è stata forse quella che più drammaticamente ha vissuto questa giornata. Negozi e scuole chiuse, quartieri deserti e blocchi stradali nelle zone più sensibili, quelle tra quartieri confessionalmente opposti o politicamente conflittuali. Gli scontri sono stati sarcasticamente “inter-confessionali” e “intra-confessionali”; se sciiti dell’opposizione e sunniti filo-governativi si sono scontrati in una delle arterie principali della capitale come Corniche Al-Mazrah e nel quartiere di Hazmieh, i cristiani si sono affrontati all’interno dei loro confini. I primi cercando di bloccare le strade con sassi, cassonetti e bruciando copertoni, mentre invece i militanti pro-governativi cercavano di impedirglielo.

I blocchi stradali sono cominciati già alle prime luci dell’alba e, dopo una calma di un paio di ore, sotto la stretta sorveglianza dell’esercito, non hanno tardato molto in presentarsi le occasioni per provocazioni da entrambe le parti. Mazze, bastoni di legno, pietre e armi automatiche hanno così fatto la loro comparsa, ed hanno provocato in tutta la giornata un centinaio di feriti, e sicuramente due morti.

L’esercito, che ha giurato negli ultimi mesi fedeltà alle istituzioni nazionali, dopo aver osservato le azioni della mattinata con certa indifferenza ed inattività, ha infine ripreso in mano la situazione che sembrava scappargli ormai di mano, cercando prima di interporsi fra le parti ed in certi casi isolati usando le maniere forti, ma sempre cercando di non schierarsi per uno dei contendenti.

L’escalation promossa dalle forze dell’opposizione, rappresentate dagli sciiti di Hezbollah ed Amal, i cristiani del generale Aoun e Frangieh ed i drusi di Arslan, arriva dopo lo stallo del sit-in dei manifestanti anti-governativi nel centro città, da ormai quasi un mese e mezzo installati senza che sia stata ancora raggiunta la richiesta principale: la caduta del governo Siniora e nuove elezioni nazionali. Le critiche condizioni del post-guerra, la creazione del tribunale internazionale per giudicare gli assassini di Rafic Hariri e la corsa alla ghiotta poltrona presidenziale nel novembre 2007, sono solo alcuni degli ingredienti per capire la grave crisi libanese.

Ugualmente importante il fatto che il 25 di gennaio sia stata indetta la conferenza di aiuto per il Libano a Parigi, in parte osteggiata dalle forze dell’opposizione, che vedono in essa solamente un aumento di tasse ed aggiustamenti economici dettati da organizzazioni internazionali, che non farebbero che mettere ulteriormente sul lastrico i cittadini di un paese che è sull’orlo della bancarotta e che ha spinto ancora una volta molti ad intraprendere la strada dell’emigrazione. Come ha detto il generale Aoun nei giorni scorsi “Parigi1 (dopo la guerra civile) è stata affrontata con 24 milioni di dollari di debito nazionale, Parigi2 con 36 ed ora Parigi3 con 45”. Sono molti in Libano a non credere alle dinamiche che dominano le conferenze per gli aiuti al paese dei cedri. Intanto la giornata di martedi sembra essere solo un amaro aperitivo di quello che dovrà ancora

sabato 23 settembre 2006

La “vittoria divina, storica e strategica”

Il tempo scorre, sono quasi le cinque, l’ora in cui secondo indiscrezioni farà la sua apparizione Hassan Nasrallah, ma migliaia di persone ancora stanno cercando di entrare nel recinto allestito da Hezbollah per celebrare la “vittoria” contro Israele. Proporzionalmente al passare dei minuti e l’approssimarsi dell’ora stabilita, si alzano gli occhi verso un cielo già cosparso di palloncini con i colori del Libano. Gli occhi e gli indici verso l’alto si moltiplicano sempre di più alla ricerca di quel possibile attacco aereo il cui rischio è stato preventivato dai manifestanti accorsi in questo venerdì di fine settembre alle porte del Ramadan. Ma di aerei israeliani neanche l’ombra, nonostante siano moltissimi quelli che si sbracciano indicandone continuamente la presenza. In effetti, la tensione, dovuta alla possibile rappresaglia israeliana, è palpabile nell’aria. Ma si sente anche la voglia di veder ricomparire in pubblico il proprio leader, sfidando un’altra volta Israele e facendo così da suggello ad una vittoria ancora più dolce. Tutti infatti sanno, fin dalle prime ore del mattino, che Hassan Nasrallah apparirà sicuramente in pubblico, la gente non dubita minimamente e non accetterebbe un semplice messaggio registrato. I dubbi sulla sua presenza nei giorni precedenti la manifestazione sono ormai ricordo di chiacchiere da bar.

E così si è presentato, in un’arena che ha accolto centinaia di migliaia di persone, con variazioni di colori dal giallo di Hezbollah, al verde di Amal, alla sparuta presenza arancione del generale Aoun, e da piccole chiazze di nero e rosso, del Partito Sociale Nazionale Siriano e di quello comunista. Curiosamente anche qualche multicolore bandiera venezuelana, dopo che nei giorni scorsi erano apparsi alcuni manifesti inneggianti a Hugo Chavez, per il suo supporto alla resistenza libanese. Per il resto, non molte bandiere libanesi. Sembra che la festa sia della propria resistenza di Hezbollah, e che se la voglia tener ben stretta. La resistenza contro Israele è stata di Hezbollah, ed è questo quello che si celebrava oggi. Di Hezbollah e di quelle persone che gli hanno dato appoggio politico e morale. Un bagno d’euforia quindi, che è stato controllato da un ingente servizio d’ordine interno, con innumerevoli posti di controllo prima di accedere al recinto. Le migliaia di sedie di plastica preparate i giorni precedenti servono solo per il prologo, con l’arrivo del leader di Hezbollah la folla è in piedi ed al massimo le usa come mezzo per meglio vedere il proprio indiscutibile idolo.

È stata una festa, una festa per i suburbi di Beirut soprattutto, quelli che insieme al sud del paese hanno più sofferto i bombardamenti estivi. La festa si è estesa per tutto il sud della capitale libanese, riempiendola di bandiere, clacson, canzoni militanti e musica assordante, ma svuotando le altre zone della città che presentavano l’aspetto di una spettrale domenica estiva beirutina.

Nasrallah è stato duro, Hezbollah non si disarma nelle condizioni in cui si trova attualmente lo stato libanese, nessuno li può disarmare. Nonostante nei giorni precedenti l’opinione pubblica ipotizzasse che il discorso di Nasrallah avrebbe delineato una possibile “road map” libanese, c’era da aspettarselo che il discorso avrebbe preso una direzione dura, robusta e arcigna.

La coreografia dell’arena è guerresca. Non ci sono questa volta le immagini dei palazzi distrutti, dei bambini ammazzati dalle bombe, o dei funerali dei martiri, che erano quotidiano scenario visivo nel dopo guerra. Oggi si celebra una vittoria e le immagini che si presentano sono quelle dei soldati israeliani morti in un attacco o delle azioni più prestigiose. Nello sfondo del palco campeggiano quattro gigantografie che dichiarano che con il fuoco è stato difesa rispettivamente “la nostra terra, il nostro cielo e la nostra acqua. Fuoco, terra, cielo ed acqua. Ellenicamente, gli elementi rappresentano tre scene di guerra, con il fuoco, in primis, simbolizzato da una batteria di katiuscia pronta al lancio.

La festa della vittoria divina, e qualsiasi manifestazione di piazza negli ultimi tempi, si trasforma regolarmente in un implicito foglio di via per il governo di Fuad Siniora, in nome di un nuovo governo d’unità nazionale. Da una parte i manifestanti, cantando cori contro il premier, anche se zittiti spesso dalla sicurezza interna del partito sciita, che viene invitato letteralmente ad andarsene. Dall’altra parte il discorso di Hassan Nasrallah, che non ha evitato di pizzicare le lacrime di Siniora durante la guerra, già frutto di critica da parte di Israele, e che quindi ormai hanno ricevuto le attenzioni di entrambi i contendenti del conflitto di agosto. Contorno sonoro di tutto il discorso, gli ululati da parte del pubblico alla pronuncia del nome di Condoleza Rice.

Questa è stata l’atmosfera della festa per la vittoria divina, storica e strategica. Il problema è che non tutti condividono in Libano il fatto che si dovesse celebrare una vittoria, e sono molti quelli che vedono nella guerra d’agosto una chiara sconfitta dello stato libanese, e del suo “arretramento” di quindici anni.

Già si dice che le Forze Libanesi stiano preparando un evento simile questa stessa domenica a Harissa, per controbattere alle centinaia di migliaia di persone accorse alla festa della vittoria divina. Lo stesso successe l’otto ed il quattordici marzo del 2005 nello scenario della cosiddetta “rivoluzione dei cedri”. Quelle due manifestazioni sancirono chiaramente la divisione del Libano in due blocchi, e la nascita del nuovo ordine post-Hariri. Cosa provocherà questa nuova “battaglia” a suon di manifestanti, lo scopriremo presto.

giovedì 24 agosto 2006

Il Janub, ovvero il sud del Libano e della sua capitale

Reportage nel “meridione” del paese dei cedri durante la prima settimana di tregua.

Il villaggio di Debel si trova a cinque km di distanza dal confine con Israele, ed è stretto nella morsa di Aita el Chaab e Bint Jbeil, i paesi dove forse più si è sofferto la guerra e che maggiormente sono stati bombardati dall’artiglieria israeliana e dal fuoco di Hezbollah. Debel è un villaggio a stragrande maggioranza cristiano-maronita, e lo si può notare dai poster del leader delle forze libanesi Samir Geagea appesi ad ogni angolo e dalle rappresentazioni sacre ai cigli delle strade. Un’altra caratteristica della città, rispetto alle circostanti, è la presenza su numerose case di sventolanti e grandi bandiere bianche. La città è in gran parte intatta, sembra solo svuotata dei suoi impauriti abitanti, ma è strano incontrarsi un villaggio in queste condizioni ad appena cinque minuti di distanza da Bint Jbeil.

Bint jbeil è concretamente inesistente. I segni di una battaglia campale sono evidenti, o come piace definirlo ai media, di una chiara lotta “casa per casa”, così come degli effetti dei bombardamenti dall’alto. La parte antica di questa cittadina di ventimila anime è stata rasa al suolo e gli edifici ancora in piedi e non ridotti in calcinacci, sono sventrati almeno per metà. Televisioni penzolanti, pali della luce inarcati sulle strade, macchine parcheggiate di cui restano solo le sagome e scorci di mobilio in case all’aria aperta, sono il panorama più ricorrente. Tra i vicoli della città camminano, oltre a pochi disperati abitanti della città che constatano le condizioni delle loro case, quasi unicamente persone con blocco alla mano e bomboletta spray. Segnano le case distrutte con cifre in spray rosso e scrivono alcune note sul blocco che hanno nelle mani. Sono probabilmente membri di Hezbollah che si sono messi velocemente al lavoro per contare i danni ed identificare le famiglie che riceveranno il sussidio annuale promesso da Hassan Nasrallah. Non sarà possibile ricostruire Bint Jbeil, considerati i danni sofferti, ma quasi certamente “risorgerà” in un’altra posizione.

A differenza di Bint Jbeil, Aita el Chaab presenta più quella tipologia già sperimentata dall’esercito israeliano in Gaza e Cisgiordania. Qui sono entrate in scena le ruspe israeliane ed in buona parte hanno livellato il villaggio. La peculiarità di Aita el Chaab sta nel fatto che si possono incontrare, per la gioia della propaganda di Hezbollah, alcuni resti dei mezzi militari israeliani. Carcasse che già sono diventato simbolo, e che già sono sovrastate da bandiere di Hezbollah e del Libano. L’esercito israeliano, come affermano alcuni testimoni oculari, ha accuratamente raccolto tutti i resti che avrebbero potuto denotarne una sconfitta o forti perdite; una minuziosità che non ebbero durante il ritiro dal Libano nel 2000, quando lasciarono numerosi mezzi militari sul campo, ed in seguito furono trasformati in “monumenti” della liberazione da Hezbollah.

I soldati israeliani non si vedono, e l’unica presenza visibile è quella di un dirigibile bianco che staziona sospeso in aria nei pressi della frontiera a Nord di Bint Jbeil. Della presenza dei soldati israeliani rimangono solo i resti delle bottiglie d’acque consumate durante il caldo infernale dell’offensiva d’agosto (rigorosamente di marca israeliana) e le nuove “strade” di terra battuta spianate dagli ormai sfortunatamente famosi merkava, che scendono dai crinali montagnosi e si perdono oltre il confine. L’esercito libanese sta lentamente “occupando” alcuni edifici pubblici nel sud per farne nuovi quartieri generali, ma ancora è lontano dal confine con Israele, e nelle città più martoriate non se ne intravede alcuna traccia. Per quanto riguarda le forze d’interposizione dell’Unifil, anche in questo caso, solo alcuni sparuti carri-armati in pochi villaggi.

Questo è in linea di massima lo scenario dei villaggi del sud del Libano nella strada che da Cana porta e Bint Jbeil e da qui scende, parallelamente al confine, fra piantagioni di banani ed ulivi, fin verso Naqura. Le eccezioni sono date da qualche villaggio cristiano (molti sono stati ugualmente vittime dei bombardamenti) e da alcune sfarzose case principesche, probabilmente di ricchi emigranti sciiti che hanno fatto fortuna in Africa. Tutto questo è sintomatico e aiuta a chiarire gli obiettivi della guerra delle scorse settimane. Il concetto colonialistico del divide et impera sembra che sia stato riproposto ed utilizzato questa volta con la variante della distruzione. Divisione e distruzione sembra che siano state le variabili utilizzate durante quest’estiva offensiva israeliana in Libano. Da un lato, “bombardando” la popolazione con volantini propagandistici (e sms alla telefonia mobile) inneggianti al sollevamento contro Nasrallah, e dall’altra, colpendo un’intera popolazione nelle sue infrastrutture più basiche.

Si sono colpite le cosiddette roccaforti di Hezbollah per debilitarne soprattutto il sostegno della sua popolazione meno abbiente, forse quella che più materialmente contribuisce con uomini alla “resistenza” del partito sciita. La stessa tecnica è stata utilizzata a Dahia, nell’agglomerato urbano del sud della capitale libanese, feudo sciita per eccellenza e rinomata sacca di povertà. Qui è stata rasa al suolo la supposta residenza di Hassan Nasrallah e l’edificio della televisione Al-Manar, che simbolicamente continua a trasmettere tra le macerie. Per entrare nell’area di Dahia, è necessario un lasciapassare rilasciato da un banchetto ad ogni entrata dell’area di sicurezza con rappresentanti di Hezbollah che controllano i documenti. La presenza del Partito di Dio è constatabile, anche se è possibile intravedere ben pochi miliziani armati, ma piuttosto coloro che più chiaramente fanno parte del servizio di sicurezza e non sono certo guerriglieri. A Dahia, così come nel Sud è molto difficile identificare elementi di Hezbollah. La presenza di Hezbollah è data invece dai cartelli propagandistici a sfondo giallo fosforescente che campeggiano nelle strade dei villaggi e nei suburbi. I messaggi sono di una forte ed ironica drammaticità in stile “The great middle beast”,“This is your democracy” ed ”Extremely accurate target” di fronte a casa rase al suolo, e con nel contorno alcune invettive contro Condolezza Rice. A livello propagandistico, la strada che da Beirut porta all’aeroporto è quella probabilmente più suggestiva. I cartelloni, normalmente pubblicitari, sono stati sostituiti da quelli della Divine Victory, che alterna immagini di guerriglieri in marcia al tramonto, vecchi in lacrime con macerie sullo sfondo, bambini feriti e batterie di razzi katiuscia pronti al lancio.

Il janub, il sud, in tutte le sue forme e connotazioni, è l’elemento che simbolicamente si è voluto colpire con questa guerra. Un janub che in Libano, e nella sua capitale, è pressoché sinonimo di comunità sciita. Il nord di Beirut ha ricevuto solo simbolici e dettagliati bombardamenti. Entrambi i fari della capitale sono stati minuziosamente colpiti con una precisione accurata. Così è stato anche per il nord del Libano, colpito principalmente nelle zone a ridosso della frontiera siriana ed in alcune infrastrutture di viabilità. Sono proprio queste infrastrutture che sono state rase al suolo completamente nel sud del Libano ed in minima parte nel nord, allo scopo di raggiungere il funzionale obiettivo di dividere la popolazione libanese al suo interno. La strada che dai sobborghi di Beirut porta fino a Sour è stata spogliata di tutti i ponti che la collegano alla montagna. Ogni singolo ponte (forse una o due eccezioni per un totale di una trentina di ponti) è stato bersagliato millimetricamente e reso inagibile, così com’è successo con tutte le stazioni di rifornimento. I due bersagli strategici principali. Ma quello che più rabbrividisce, è la presenza delle carcasse di automobili ai lati della strada, senza alcun segno di distruzione circostante. Quasi tutte con il muso diretto verso Beirut, verso un nord sicuro, ed emblematico della precisione dell’aviazione israeliana nel bombardamento di civili in fuga o di improbabili “terroristi”. E’ difficile, guardando i rottami di queste vetture, pensare all’errore umano. Sfortunatamente non sono i civili in fuga, le stazioni di servizio ed i ponti, le infrastrutture utilizzate dal “terrore” di Hezbollah, ma elementi essenziali per il sostentamento di tutti i cittadini, com’è stato sottolineato nell’ultimo rapporto di Amnesty International. La propaganda israeliana a livello di mainstream mondiale ha sempre indicato la distruzione di obiettivi strategici e funzionali all’annientamento di Hezbollah. Sono le varie industrie del latte, della plastica e farmaceutiche, dislocate in varie zone del paese, e bombardate dal cielo, parte essenziale dell’infrastruttura del “terrore”? Il tentativo di debilitare profondamente la concorrente economia libanese è stato uno degli altri “effetti collaterali” di questo mese di campagne via terra e raid aerei. L’offensiva in Libano è stata una guerra che ha avuto come obiettivo quello di annichilare Hezbollah, ma che si è avvalsa del tentativo di rompere il fragile equilibrio libanese, utilizzando morti, e disagi per tutta la nazione, come mezzo per raggiungerlo. Insieme con il tentativo di smantellamento della maggioranza della popolazione sciita si è cercato di provocare un intero paese, e la sua popolazione, alla rivolta interna e quindi renderlo innocuo verso l’esterno. Lo Stato libanese, in mezzo a tutto questo, è rimasto assente, stretto nella morsa degli amici americani e dei nemici siriani, e continua ad esserlo anche nel dopoguerra. Il risultato è chiaro sul tavolo. Hezbollah si è rafforzato enormemente, ha acquisito ancora maggiore credibilità, sia su scala regionale che nazionale, ed è diventato ormai sinonimo di struttura “semi-statale”. Dall’altra parte, lo Stato libanese, o meglio, le forze che già in precedenza si trovavano in opposizione ad Hezbollah, nonostante l’ottimo diplomatico atteggiamento utilizzato durante la guerra, si stanno leccando le ferite cercando di riacquistare sovranità. Mentre ognuno canta la propria vittoria, mentre tutti aspettano il secondo round della guerra, e l’arrivo di un’ipotetica forza multinazionale con la bacchetta magica della pace, il Libano intero, in bilico tra stabilità e precipizio, è in ginocchio e fatica a risollevarsi.

domenica 11 giugno 2006

Libano. "Panem et circensem!"

A poche ore dall’apertura delle danze del mondiale di calcio in terra tedesca, per le strade di Beirut impazzano e sfrecciano già automobili con piccole bandiere rettangolari su lunotti ed antenne, con i colori delle squadre del cuore. Se lo scettro della squadra più gettonata se lo contendono Brasile, Germania ed Italia, di certo non mancano quelle di Francia, Argentina ed Inghilterra, anche se in secondo piano, e ,più sporadicamente, quelle di Spagna ed Arabia Saudita.

Il Libano non si è qualificato per i mondiali e la Tunisia “arabo-brasiliana” non attira proprio i gusti esotici dei libanesi. Le strade che percorrono il paese sono decisamente tempestate di immense bandiere internazionali, arrivando agli estremi di vedere penzolare tra un palazzo e l’altro enormi drappi di decine di metri, da far rabbrividire gli animi dei meno nazionalisti. Bandiere che in un contesto italiano o tedesco farebbero rizzare i peli a più di una persona. La passione per le bandiere da parte dei libanesi è rinomata, ed è difficile dimenticare la marea di bandiere libanesi che invasero le piazze nella Primavera del 2005. C’è da chiedersi se, considerata la grande diaspora libanese nel mondo, sia questa una dimostrazione di affermazione multi-identitaria e frutto dell’era della globalizzazione. Si dice invece che l’attaccamento ai colori tedeschi sia dovuto alle belle e fiammanti autovetture made in germany che sfrecciano per le strade della capitale; quello all’Italia “perchè Libano ed Italia sono così simili, in entrambi i paesi c’è la passione per l’apparenza”; ed al Brasile per i 14 milioni di libanesi che vivono là in quelle terre... Mentre già circolava per la città, nelle scorse settimane, lo spettro di un aumento mensile del costo per assistere alle partite del mondiale (di cui bisogna ricordare che è un sistema pirata), il governo libanese ha deciso di rimboccarsi le maniche e regalare ai suoi “cittadini” un mondiale gratuito e senza patemi da portafoglio!

Il governo, nelle persone del Ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamade e quello dell’Informazione Ghazi Aridi, si sono così prostrati a far da tramite tra la catena saudita ART, proprietaria dei diritti televisivi, e gli illegali fornitori locali del cavo satellitare. Per una somma di 500mila dollari, che i fornitori dovranno versare ad ART, nessun cittadino dovrà spendere nemmeno 1000 lire libanesi in più.

Tutto bene è quel che finisce bene.

Forse però bisognerebbe ricordare la situazione di un paese che negli ultimi dieci giorni ha assistito ad un’escalation della tensione sia interna che esterna, e che sta preoccupando non poco lo stato d’animo dei libanesi, che vedono lo spettro della guerra civile ricomparire a più riprese. Prima di tutto, i seri scambi d’artiglieria al confine meridionale, tra Israele ed Hezbollah la settimana passata (di cui molti giornali internazionali hanno dato notizia, ma senza troppo rimarcare sull’uccisione il giorno prima, con n’autobomba, di un rappresentante della Jihad Islamica palestinese, a Saida: nessuna rivendicazione). Quindi, la reazione della comunità sciita che, in seguito ad una parodia televisiva del loro leader indiscusso Hassan Nasrallah, nella notte di giovedì è scesa in strada partendo dalle banlieu del Sud, fino ad arrivare alla centralissima Rue Monot, seminando scompiglio nei quartieri attraversati dalla folla inferocita per l’oltraggio.

Qui le diverse versioni dei fatti si accavallano l’una all’altra, principalmente in conseguenza al ricovero in ospedale di Samy Gemayel, figlio dell’ex Presidente Amin, e di altri suoi compagni del movimento Loubnanouna. Si dice che per coincidenza si trovassero in quel momento in un locale poco distante e cercassero di salvare il quartiere cristiano dall’invasione sciita. Lo spettro, anche qui, degli episodi di teppismo susseguitisi nel quartiere cristiano d’Achrafiye, dopo l’assalto all’ambasciata danese del 5 febbraio, rimane vivo nella comunità cristiana di Beirut. Per una politica di ripartizione confessionale della libertà d’espressione, si è deciso anche nei giorni scorsi, di bandire il kolossal il Codice Da Vinci, sotto forte pressione dell’alto clero cristiano. Il sabato della stessa settimana invece, in piena ora di punta, sulla Corniche beirutina, si è registrato uno scontro a fuoco tra le automobili del figlio del Presidente Lahoud ed il figliastro di Walid Joumblatt, uno dei leader dell’opposizione. I testimoni affermano che semplicemente erano nate divergenze su chi doveva passare per primo allo scattare del semaforo verde: il rappresentante del Governo del 14 marzo o quello dell’opposizione pro-siriana dell’8 di Marzo. Nell’arena della politica libanese, a far da spartiacque fra le due coalizioni, sfortunatamente, solo pochissimi attori della società civile che non hanno la forza, l’appoggio ed i mezzi per avanzare un’alternativa più invitante ai cittadini libanesi ormai stanchi delle baruffe fra le diverse elite al potere.

Dopo la tempesta di bandiere libanesi della Primavera 2005, e con l’avvicinarsi dei prossimi mondiali, c’è da sperare che si formi una nuova elite che potrebbe scalzare il potere della vecchia guardia uscita dalla guerra civile e frutto del capitalismo sfrenato post-guerra: la nuova elite dei produttori di bandiere, uscita rafforzata dalla primavera di Beirut e dai mondiali di calcio in Germania...l’opzione di intervento tedesco nello scenario mediorientale si fa sempre più chiara...

martedì 14 febbraio 2006

Libano. Febbraio 2006, un anno dopo

Intorno a Piazza dei Martiri ed al fatiscente centro cittadino, rimangono ormai solo mucchi di bottiglie vuote, fogli di giornale, lattine e gli operai della Sukleen, la compagnia nazionale libanese di pulizia delle strade. Li si vede arrivare, nelle loro tute verdi, ammassati a decine su camion con ringhiere e tetto aperto, e allo stesso modo se ne vanno, silenziosi come sono arrivati, dopo aver finito il proprio lavoro.


Fa un certo effetto vedere tante persone pigiate in un così piccolo spazio, con l’uniforme dello stesso colore, caricate su dei camion, pronte per tornare al campo base. Per lo più sono africani ed asiatici, ma sono molti anche gli immigrati siriani. Per loro non deve essere cambiata molto la vita nell’ultimo anno solare, dopo la morte dell’ex Primo Ministro Rafiq Hariri e gli innumerevoli eventi che ne sono susseguiti. Non sembra che la politica del paese li investa più di tanto, e non saprebbero scegliere tra la vecchia tutela siriana e la nuova indipendenza libanese. Come oggi, così un anno fa, allo stesso modo, erano nella stessa piazza a compiere il loro lavoro. Da quel 14 di febbraio del 2005 sono già passati 365 giorni, come scandisce il calendario elettronico installato all’entrata della tomba del defunto Hariri, e la popolazione è tornata a riversarsi per le strade e le piazze della capitale. Già dalla notte precedente le misure di sicurezza sono eccezionali, i controlli anche molto stretti per chi entra nel perimetro del centro città, e sono molti quelli che decidono di passare la vigilia dormendo sotto il tendone allestito nei pressi della tomba del loro antico leader. L’aria che si respira, già dalla mattina presto, è quella di festa.

Famiglie intere scendono in piazza munite di bandiere e gridando slogan ad alta voce, l’atmosfera è primaverile, il sole batte forte ed il leggero vento fa ondeggiare verso il mare le bandiere come solo faceva nelle giornate della primavera di un anno fa. Le bandiere, per questa volta, sono principalmente quelle nazionali, bianche e rosse con il cedro verde, scomparse magicamente negli ultimi mesi, come ne fu esempio in dicembre il funerale di Gebran Tueni, lasciando spazio a stendardi e vessilli che rievocavano l’identità politica confessionale più che nazionale. Ma fra tutti i colori presenti, spicca l’assenza di quello arancione, dei sostenitori del generale Aoun, conseguenza del recente accordo con il partito di Hezbollah, ormai nelle file della nuova opposizione.

L’atmosfera assomiglia moltissimo a quella del 14 marzo, data dell’mponente manifestazione cittadina che portò in piazza un milione di persone, ma si respirano alcune piccole differenze, sia quantitativamente che qualitativamente.

Le manifestazioni della primavera scorsa furono frutto di un certo sbottamento popolare a decade di autoritarismo siriano, e si poteva notare la spontaneità. Forse in questa giornata la speranza, l’utopia e l’illusione, di poter cambiare l’intero sistema in un giorno di mobilitazione, ha lasciato spazio alla stanchezza di un anno lunghissimo di eventi per lo stato libanese e per i suoi cittadini. Ma il risultato della manifestazione rimane comunque sorprendente, se si considera che sicuramente più di cinquecentomila persone hanno partecipato alle celebrazioni di quest’anniversario. Le settimane anteriori non lo presagivano e si contraddistinsero invece per il “terrorismo popolare” del pericolo attentati, e gli episodi relativi all’incendio dell’ambasciata danese, con i conseguenti incidenti confessionali, marcarono molto l’immaginario collettivo libanese.

Dopo aver manifestato per le strade sotto il lemma di Independence 2005, ora lo fanno sotto quello di Freedom 2006, il nuovo motto nazionale. La stessa storica Piazza dei Martiri, nominata in onore dei ribelli al dominio ottomano, vuole ora essere ribattezzata da certi nuovi leader, come Piazza della Libertà, scippando così alla storia collettiva la prima vera lotta di indipendenza nazionale nel diciannovesimo secolo. Anche i graffiti spontanei della primavera del 2005 sono completamente scomparsi. I muri son stati minuziosamente e appositamente ripuliti, ricordo di una “rivoluzione” popolare e spontanea, in un paese dove il tema della memoria collettiva è ancora difficile da affrontare e rimane appannaggio di una privilegiata classe politica. Mancano anche gli innumerevoli cartelli e poster come “Syria Out” o “Zoom out”, inneggianti al ritiro delle truppe siriane dal paese, simbolo ora di un obiettivo quasi raggiunto.

All’appello in Piazza dei Martiri mancano anche Samir Kassir, Gebran Tueni e George Hawi, figure di spicco della primavera passata, assassinati dalla stessa simile codarda bomba senza nome e rivendicazione. Sono invece presenti, ed insieme pubblicamente per la prima volta, Saad Hariri, Walid Jumblatt e Samir Geagea,quest’ultimo liberato dal carcere grazie all’ennesima amnistia ad hoc, che rifiuta di mettere sul banco degli imputati coloro che insanguinarono il Libano in quei terribili quindici anni di guerra civile. C’è da scommettere che il solido “trio” riapparirà spesso sulla scena politica nazionale, in nome di un interconfessionalismo che spesso risulta troppo retorico nella sua ricerca della verità sull’omicidio dell’ex leader Rafiq Hariri. Saad Hariri è tornato in Libano dopo mesi di autoesilio tra Francia ed Arabia Saudita, per pericolo di un attentato alla sua vita, principalmente per partecipare all’anniversario del padre.

Lo stesso vale per Jumblatt e Geagea, rinchiusi per motivi di sicurezza nei loro palazzi, con sporadiche uscite da quando fu assassinato Gebran Tueni in dicembre. Tutti e tre hanno preso i propri rischi, rischi non certo fittizi, e sono scesi a Piazza dei Martiri, parlando ai loro sostenitori dietro un vetro anti-proiettile che ricordava molto quello usato dal generale Aoun, nel suo primo discorso alla popolazione, dopo il ritorno dall’esilio, in maggio.

Il “Generale” è sicuramente il grande assente della giornata. I discorsi dei leaders sono pungenti e quasi congiunti. Si richiama all’unione interconfessionale, in nome dell’indipendenza nazionale, ma si accusano anche senza mezze parole sia il Presidente Emile Lahoud sia Bashar Assad, spostando così il baricentro della manifestazione verso un forte sentimento antisiriano, intriso di forte connotazione politica per la commemorazione di un defunto. A questo punto, concluse le parole, rimangono solo gli inni nazionali, ed i manifestanti cominciano a lasciare la piazza alla spicciolata. Ognuno prende la sua direzione di ritorno verso casa, verso un territorio ancora marcato confessionalmente.

Nonostante i passi da gigante che sono stati fatti nell’ultimo anno solare, per l’ottenimento di una reale indipendenza nazionale, delle quali si sono poste discrete basi, quello che più ha vinto è stato forse il confessionalismo politico, ed il ritorno identitario verso la comunità di appartenenza. Imprevedibile, e vittima di un fragile equilibrio, rimane ancora il futuro libanese.

lunedì 6 febbraio 2006

Libano. L'ingresso di Al-Qaeda nello scenario politico libanese

Nella notte fra giovedì e venerdì una bomba a scarso potenziale è esplosa nei pressi di una caserma militare, nel quartiere di Ramlet el-Baida, nella prima periferia beirutina, provocando pochi danni materiali ed un solo ferito lieve.


La rivendicazione, già preannunciata con una chiamata ad un quotidiano locale, è stata fatta a nome di Al-Qaeda, e proveniva da un telefono pubblico situato nel campo rifugiati di Ain el-Hilweh, uno dei luoghi che maggiormente fa discutere l’opinione pubblica nazionale, nel dibattito sulla presenza di armi fuori e dentro dei campi. Questo “attacco” della rete islamista, fa seguito all’episodio del lancio di razzi katyusha da territorio libanese in suolo israeliano (per la cui rivendicazione si è mosso lo stesso al-Zarqawi in persona), ed all’arresto di una quindicina di presunti membri della rete nelle scorse settimane, i più dei quali siriani, palestinesi e libanesi. Ma fino a che punto si possono accogliere con completa sicurezza tali rivendicazioni? Bisogna ricordare che anche l’attentato di cui fu vittima l’ex-primo ministro Rafic Hariri fu rivendicato da un gruppuscolo legato ad Al-Qaeda; allo stesso modo l’assasinio di Gebran Tueni; anche il piano “sventato” che avrebbe dovuto attaccare l’ambasciata italiana a Beirut (che fra l’altro si dimostrò completamente incosistente e che costò la vita in carcere, per motivi di salute secondo le autorità, ad uno degli indagati per il crimine) sarebbe stato opera di un gruppo legato alla rete binladeniana.

Sicuramente la società libanese, ed in particolar modo quella di Beirut, il cui divario sociale inconcepibile e stupefacente salta prepotentemente all’occhio, con modelli di vita opposti che si scontrano nello stesso spazio pubblico, può essere facile brodo di coltura per la germinazione di tali gruppi radicali.La presenza di un incredibile numero di obiettivi sensibili, come rappresentanze straniere, multinazionali e luoghi di ozio e divertimento, in contrasto con le povere zone periferiche, non può che far aumentare l’allerta di giorno in giorno.

Ma quello che più è certo, e quello che più tristemente interessa la classe politica locale, è la sua facile manipolazione a fini politici. Da una parte, e si parla dei rappresentanti dei partiti di governo, si chiamano per l’ennesima volta in causa i piani segreti delle forze siriane che hanno intenzione di destabilizzare il Libano, con l’aiuto d’incontrollati gruppi palestinesi. Dall’altra, soprattutto da parte dei rappresentanti dei campi profughi negando ogni implicazione, si grida al complotto americano-sionista, una voce che attecchisce bene nel sostrato più basso della popolazione.

La politica di portare acqua al proprio mulino come risposta a qualsiasi evento di risonanza nazionale, è difficile da sradicare. L’entrata prepotente di Al-Qaeda nello scenario libanese, potrebbe portare la situazione già fortemente instabile, a livelli di guardia preoccupanti. Intanto dopo il ritrovamento di un giovane pastore senza vita, crivellato di colpi d’arma da fuoco, sul conteso confine libanese-israeliano, ha provocato la reazione della “resistenza islamica” di Hezbollah, che ha attaccato nella giornata di venerdì diverse postazioni militari israeliane nell’area delle fattorie di Shebaa. La voce del “partito di Dio” si sta facendo largo sulla scena nazionale libanese e comincia a farsi più politicamente chiara, forse galvanizzata dalla vittoria di Hamas in Palestina.

Lo stesso segretario generale del partito Hassan Nasrallah ha avvertito il nemico di ricordarsi che suo compito è quello di “resistere” all’intruso israeliano, azzerando così il dibattito nazionale sul possibile disarmo della milizia, ed ha dichiarato chiaramente per morto il quadripartito d’unità nazionale che si era formato in giugno dopo le elezioni nazionali. Sono ormai lontani i tempi in cui Hezbollah si limitava a salvaguardare la “resistenza”, lasciando libero il campo politico ad altri attori.

La situazione complessiva libanese, in cui potrebbero inserirsi anche diversi gruppi radicali islamici, rimane un difficile groviglio da sbrogliare, e l’arma del dialogo sembra che non sia in questo momento una delle più utilizzate.