Nella notte di venerdì, nella città di Balbeck, un esponente provinciale di Hezbollah, è sfuggito ad un attentato esplosivo che avrebbe sicuramente messo fine alla sua vita. Nessuna rivendicazione, ma la “resistenza islamica” ha subito accusato i servizi segreti israeliani di essere dietro tale atto. Sabato pomeriggio un lavoratore, tornando a casa nelle montagne dello Chuf, e sulla stessa strada che conduce al palazzo della Moukhtara, casa del leader druso Walid Joumblatt, ha ritrovato ai bordi della strada quattro lanciagranate pronti per essere collegati ad un detonatore. Il fatto che la strada fosse stata controllata il giorno precedente dalle forze di sicurezza, lascia pensare che l’esplosivo fosse stato posizionato la mattina stessa. Joumblatt, uno dei leader dell’opposizione antisiriana, non ha tardato in lanciare accuse verso i “servizi corrotti di paesi limitrofi”. Domenica, in un’intervista per una televisione russa, il presidente siriano Bashar Al-Assad, in attesa del rapporto ONU del giorno successivo, ha dichiarato che la instabilità in Iraq ed in Siria provocherà disordine in tutta la regione; parole che sono suonate funeste per molti.
Contemporaneamente Gebran Tueni, direttore del giornale libanese An-Nahar, uno dei promotori della cosiddetta “rivoluzione dei cedri”, una voce importante contro l’ingerenza siriana in Libano, arriva all’aeroporto di Beirut, dopo un lungo periodo di “auto-esilio” in Francia per paura di un attentato ai suoi danni.
A distanza di poche ore, lunedì mattina, mentre si dirigeva verso la redazione del suo giornale, chissà proprio per coordinare l’uscita del giorno seguente, con articoli pungenti sul coinvolgimento di alte sfere siriane nell’omicidio dell’ex Primo Ministro Hariri, più di 100kg di esplosivo hanno distrutto il suo fuoristrada blindato, catapultandolo giù per una scarpata, uccidendo con lui altre tre persone, tra cui le sue due guardie del corpo personali.
Ancora lunedì, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha reso noto il rapporto redatto dal procuratore Dethlev Mehlis, in cui, nonostante niente di particolarmente nuovo sia scaturito negli ultimi mesi, si consiglia vivamente al governo siriano di mettere sotto custodia ed a disposizione della commissione i presunti implicati nell’inchiesta. Dal “lontano” 25 settembre, giorno in cui May Chidiac, la presentatrice della televisione LBC fu vittima di una bomba collocata all’interno della sua automobile, lasciandola per sempre mutilata, che non si verificavano atti di una tale violenza e di una tale forza destabilizzante. Sicuramente Gebran Tueni faceva parte della famosa lista nera di cui molti parlarono, ma di cui solo si possono presumere i nomi.
Tutti sembrano indicare, dentro e fuori dal Libano, che i servizi segreti siriani, ancora forti in Libano, siano dietro tale attentato; ma come non cercare di guardare dietro ad un teorema tanto semplicistico che ha tutta l’apparenza di concentrare maggiormente l’attenzione sulla Siria, e sembra un tentativo di suicidio politico? Tutte le forze internazionali stanno puntando l’indice contro la Siria, di certo non migliorando la sua situazione di fronte alla comunità internazionale. Si aspetta solo di convincere Russia e Cina a non usare il loro diritto di veto nel caso di una decisione del Consiglio di Sicurezza a favore di sanzioni economiche nei confronti dello stato siriano.
Alla luce di questi fatti concatenati, sembra che l’unico obiettivo reale sia quello di creare tensione, ma chi giovi un Libano destabilizzato ed una generale tensione in Medio Oriente, è una risposta di non facile interpretazione. Intanto un altro giornalista libanese se ne va, e di lui rimangono soltanto le ultime immagini e parole scritte dalle colonne del suo giornale. Nelle piazze della capitale, assistendo alle moltitudinarie manifestazioni cittadine; con una simbolica penna in mano dopo l’uccisione del compagno di redazione Samir Kassir, anch’egli vittima di una bomba ignota, a dimostrare il supporto per la libertà d’espressione; o ancora sorreggendo verso gli ultimi metri la bara del suo ex compagno. Il padre Ghassan Tueni, ha confermato che An-Nahar proseguirà col suo lavoro, nonostante i tentativi di decimarlo, ed “Il Giorno” continuerà, quasi a parafrasare inconsciamente una delle poco attendibili rivendicazioni ricevute, a nome dei Combattenti per l’Unità e la Libertà del Levante, che dichiararono di avere trasformato “il Giorno” in una cupa notte.
Ultimamente Gebran era uno di quelli che maggiormente avevano alzato la voce, invocando un tribunale internazionale per il Libano, in seguito alla scoperta di “fosse comuni” contenenti cadaveri di soldati libanesi, riconducibili al periodo della famosa guerra di liberazione nazionale, che vide opposto il generale Aoun e le truppe siriane. Proprio in quell’occasione, poco più di una settimana fa, si era rivolto al Presidente della Repubblica libanese Emile Lahoud, indicandolo come unico responsabile di quegli atroci atti, essendo egli capo delle forze armate nel momento in che accaddero tali eventi.
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venerdì 16 dicembre 2005
sabato 11 giugno 2005
Libano. Samir Kassir, quando muore un giornalista...
Qualcuno sostiene che non c'è stata una partecipazione massiva in segno di disprezzo nei confronti di chi ha commesso questo orrendo attentato, altri affermano che non molti libanesi lo conoscevano veramente, altri ancora dicono semplicemente che i partiti (o le comunità) non hanno voluto muovere le masse nel bel mezzo di un complicato processo elettorale che dovrebbe portare al potere le forze della cosiddetta "opposizione", coloro che propugnano il cambio dopo il ritiro siriano dal Libano dello scorso aprile.
Forse, invece, è semplicemente sintomo della profonda frustrazione della popolazione libanese, poiché nonostante il ritiro siriano, considerato da tutti come la panacea per il futuro e fonte di ogni male passato, la situazione non stia evolvendosi come delineato e sperato. Molti si sentono imbrogliati dall'opposizione, o da chi li ha rappresentati durante le storiche giornate di piazza di questa primavera, perché hanno saputo solo cavalcare la "onda rivoluzionaria" a fini ed interessi personali.
La popolazione è ormai costretta a convivere con una sorta di tensione provocata dalle bombe "destabilizzanti", ed allo stesso tempo con piccoli ma significativi screzi e provocazioni che stanno sorgendo tra le diverse comunità, con certe punte di violenza fisica e verbale.
Il processo elettorale allo stesso tempo si sta rivelando quanto di meno "rivoluzionario" possa una mente concepire, fra accordi politici tra vecchie e obsolete figure del passato, e con trasversali alleanze che, alla luce delle centinaia di migliaia di persone scese nelle piazze negli scorsi mesi, sembravano ormai un ricordo del passato.
Resta il fatto che al funerale di Samir Kassir, giornalista e pungente editorialista del quotidiano an-nahar, il numero delle persone presenti non era decisamente consistente: la gente a lui più prossima e cara, una grande maggioranza di studenti (principalmente alunni del corso che impartiva all'Università Saint-Joseph), una certa componente intellettuale libanese, i moltissimi giornalisti che affollano la città di Beirut, i rappresentanti politici dell'opposizione, ma non molte persone comuni, come quelle che presenziarono il funerale dell'ex primo ministro Rafiq Hariri e le successive dimostrazioni antisiriane.
Saad Hariri, da molti dipinto come colui che prenderà le redini del paese sulle orme del padre, è arrivato in clamoroso ritardo in piena cerimonia funebre, forse per motivi di sicurezza, ed ha ricevuto solo timidissimi applausi, al pari di Bahia Hariri, sorella dell'ex-premier; non altrettanto è stato per Walid Jumblat, il leader druso, grande amico del giornalista assassinato, cui aveva "regalato" alcune guardie private personali nei mesi anteriori, o per Gibran Tueni, direttore del quotidiano an-nahar, eletto nella circoscrizione di Beirut sotto la lista Hariri, che ha accompagnato la bara sulle spalle per i primi metri del corteo.
Le reali dimensioni del corteo funebre si sono rivelate solo quando, conclusa la cerimonia nella chiesa ortodossa di Downtown, nel cuore del patinato centro cittadino, il corteo si è incamminato, spogliato del grosso seguito di giornalisti, verso il quartiere cristiano di Achrafieh.
Meno di un migliaio di persone ha accompagnato la salma di Samir Kassir in un pacato mezzogiorno di giugno, per le strade pressoché vuote della capitale libanese, ed in un frastornante silenzio.
La commozione dei presenti è grande, molti sono i volti di giovani in lacrime, ma decisamente poca l'affluenza della gente nel portare l'ultimo segno di rispetto verso una voce libera della stampa libanese, nonché uno degli organizzatori dell'accampamento in Piazza dei Martiri, e promotore di "Independence 2005".
Le stesse milione di persone scese in piazza gridando lo slogan "Siria out" avrebbero forse dovuto accompagnarlo anche in questo suo ultimo tragitto; lui stesso scriveva sovente taglienti articoli contro la presenza siriana in Libano ed allo stesso tempo contro la politica siriana in Siria, ribadendo sempre e costantemente di non cadere nell'errore di confondere la classe politica con la popolazione siriana, anche loro vittime, e vittime di attacchi "xenofobi", se così si possono definire, nel Libano post-Hariri.
Sembra che dopo il ritiro formale siriano ad aprile, nel mezzo di una campagna elettorale intrisa di interessi politici e personali, non in molti si siano preoccupati di andare a portare rispetto ad una persona che ha contribuito fortemente al "cambio" di quest'anno.
Ora le sue foto, i suoi poster, oltre all'immensa gigantografia affissa all'entrata della redazione di an-nahar, campeggiano per le strade di Beirut, a lato dell'altro martire Rafiq Hariri, ma a lato anche delle usuali facce, più o meno conosciute, da campagna elettorale.
Per quanto tutti a Beirut approfittino di ogni incontro per parlare di politica con grande passione, ed è possibile denotarlo facilmente nei caffè o all'interno dei taxi collettivi, una certa disaffezione si può constatare dall'affluenza alle urne nella circoscrizione della capitale, dove le 19 poltrone a disposizione erano pressoché già assegnate prima delle consultazioni, e che si è rivelata al di sotto del 24%, magro risultato per un paese con tanta voglia di cambiare.
Nel mezzo di un processo politico elettorale, dove tutti stanno aspettando unicamente il risultato incerto delle montagne, del Jabal Lubnan, sembra che nessuno voglia turbare lo status quo delle cose, al meno fino alla fine delle consultazioni, dove sembra che l'opposizione della lista Hariri possa guadagnare la maggioranza, tra inconciliabili dispute interne e complicati valzer di alleanze anche con rappresentanti leali all'antico governo filo-siriano, fino ad un mese fa acerrimi nemici.
Sembra curioso, che proprio nei palazzi che attorniano il luogo dove era posteggiata l'alfa romeo bianca del defunto giornalista, fatta saltare in aria con millimetriche cariche esplosive che non hanno praticamente danneggiato le vetture circostanti e sintomo di un lavoro di grande professionalità, ricorrano affissi nei muri frequenti poster con l'invito al boicottaggio delle elezioni, indetto da alcuni rappresentati della comunità cristiana, in protesta nei confronti della "ingiusta" legge elettorale che favorisce l'antica classe politica al potere.
Una voce, una coscienza individuale che avrebbe forse dovuto muovere più persone, ma che invece ha ricevuto l'ultimo accorato saluto soltanto da una schiera di "pochi intimi". Una persona, ufficialmente greco cattolico di confessione, palestinese di etnia, arabo di filosofia, francofono di educazione, difensore del popolo siriano, una voce isolata che non è riuscita a far breccia negli animi libanesi, che si sentono forse ancora una volta vittime del sistema confessionale e fortemente disillusi dall'ennesima pantomima politica.
Intanto ingenti forze dell'ordine sono pronte a sedare la "rivoluzione" che potrebbe scoppiare dopo la celebrazione della cerimonia funebre, ma niente più accade, i presenti sono lì per rivolgere l'ultimo saluto ad una persona che cercava di coscienzare gli individui, che aveva fortemente a cuore la salute del suo paese, una persona prima di tutto.
Forse, invece, è semplicemente sintomo della profonda frustrazione della popolazione libanese, poiché nonostante il ritiro siriano, considerato da tutti come la panacea per il futuro e fonte di ogni male passato, la situazione non stia evolvendosi come delineato e sperato. Molti si sentono imbrogliati dall'opposizione, o da chi li ha rappresentati durante le storiche giornate di piazza di questa primavera, perché hanno saputo solo cavalcare la "onda rivoluzionaria" a fini ed interessi personali.
La popolazione è ormai costretta a convivere con una sorta di tensione provocata dalle bombe "destabilizzanti", ed allo stesso tempo con piccoli ma significativi screzi e provocazioni che stanno sorgendo tra le diverse comunità, con certe punte di violenza fisica e verbale.
Il processo elettorale allo stesso tempo si sta rivelando quanto di meno "rivoluzionario" possa una mente concepire, fra accordi politici tra vecchie e obsolete figure del passato, e con trasversali alleanze che, alla luce delle centinaia di migliaia di persone scese nelle piazze negli scorsi mesi, sembravano ormai un ricordo del passato.
Resta il fatto che al funerale di Samir Kassir, giornalista e pungente editorialista del quotidiano an-nahar, il numero delle persone presenti non era decisamente consistente: la gente a lui più prossima e cara, una grande maggioranza di studenti (principalmente alunni del corso che impartiva all'Università Saint-Joseph), una certa componente intellettuale libanese, i moltissimi giornalisti che affollano la città di Beirut, i rappresentanti politici dell'opposizione, ma non molte persone comuni, come quelle che presenziarono il funerale dell'ex primo ministro Rafiq Hariri e le successive dimostrazioni antisiriane.
Saad Hariri, da molti dipinto come colui che prenderà le redini del paese sulle orme del padre, è arrivato in clamoroso ritardo in piena cerimonia funebre, forse per motivi di sicurezza, ed ha ricevuto solo timidissimi applausi, al pari di Bahia Hariri, sorella dell'ex-premier; non altrettanto è stato per Walid Jumblat, il leader druso, grande amico del giornalista assassinato, cui aveva "regalato" alcune guardie private personali nei mesi anteriori, o per Gibran Tueni, direttore del quotidiano an-nahar, eletto nella circoscrizione di Beirut sotto la lista Hariri, che ha accompagnato la bara sulle spalle per i primi metri del corteo.
Le reali dimensioni del corteo funebre si sono rivelate solo quando, conclusa la cerimonia nella chiesa ortodossa di Downtown, nel cuore del patinato centro cittadino, il corteo si è incamminato, spogliato del grosso seguito di giornalisti, verso il quartiere cristiano di Achrafieh.
Meno di un migliaio di persone ha accompagnato la salma di Samir Kassir in un pacato mezzogiorno di giugno, per le strade pressoché vuote della capitale libanese, ed in un frastornante silenzio.
La commozione dei presenti è grande, molti sono i volti di giovani in lacrime, ma decisamente poca l'affluenza della gente nel portare l'ultimo segno di rispetto verso una voce libera della stampa libanese, nonché uno degli organizzatori dell'accampamento in Piazza dei Martiri, e promotore di "Independence 2005".
Le stesse milione di persone scese in piazza gridando lo slogan "Siria out" avrebbero forse dovuto accompagnarlo anche in questo suo ultimo tragitto; lui stesso scriveva sovente taglienti articoli contro la presenza siriana in Libano ed allo stesso tempo contro la politica siriana in Siria, ribadendo sempre e costantemente di non cadere nell'errore di confondere la classe politica con la popolazione siriana, anche loro vittime, e vittime di attacchi "xenofobi", se così si possono definire, nel Libano post-Hariri.
Sembra che dopo il ritiro formale siriano ad aprile, nel mezzo di una campagna elettorale intrisa di interessi politici e personali, non in molti si siano preoccupati di andare a portare rispetto ad una persona che ha contribuito fortemente al "cambio" di quest'anno.
Ora le sue foto, i suoi poster, oltre all'immensa gigantografia affissa all'entrata della redazione di an-nahar, campeggiano per le strade di Beirut, a lato dell'altro martire Rafiq Hariri, ma a lato anche delle usuali facce, più o meno conosciute, da campagna elettorale.
Per quanto tutti a Beirut approfittino di ogni incontro per parlare di politica con grande passione, ed è possibile denotarlo facilmente nei caffè o all'interno dei taxi collettivi, una certa disaffezione si può constatare dall'affluenza alle urne nella circoscrizione della capitale, dove le 19 poltrone a disposizione erano pressoché già assegnate prima delle consultazioni, e che si è rivelata al di sotto del 24%, magro risultato per un paese con tanta voglia di cambiare.
Nel mezzo di un processo politico elettorale, dove tutti stanno aspettando unicamente il risultato incerto delle montagne, del Jabal Lubnan, sembra che nessuno voglia turbare lo status quo delle cose, al meno fino alla fine delle consultazioni, dove sembra che l'opposizione della lista Hariri possa guadagnare la maggioranza, tra inconciliabili dispute interne e complicati valzer di alleanze anche con rappresentanti leali all'antico governo filo-siriano, fino ad un mese fa acerrimi nemici.
Sembra curioso, che proprio nei palazzi che attorniano il luogo dove era posteggiata l'alfa romeo bianca del defunto giornalista, fatta saltare in aria con millimetriche cariche esplosive che non hanno praticamente danneggiato le vetture circostanti e sintomo di un lavoro di grande professionalità, ricorrano affissi nei muri frequenti poster con l'invito al boicottaggio delle elezioni, indetto da alcuni rappresentati della comunità cristiana, in protesta nei confronti della "ingiusta" legge elettorale che favorisce l'antica classe politica al potere.
Una voce, una coscienza individuale che avrebbe forse dovuto muovere più persone, ma che invece ha ricevuto l'ultimo accorato saluto soltanto da una schiera di "pochi intimi". Una persona, ufficialmente greco cattolico di confessione, palestinese di etnia, arabo di filosofia, francofono di educazione, difensore del popolo siriano, una voce isolata che non è riuscita a far breccia negli animi libanesi, che si sentono forse ancora una volta vittime del sistema confessionale e fortemente disillusi dall'ennesima pantomima politica.
Intanto ingenti forze dell'ordine sono pronte a sedare la "rivoluzione" che potrebbe scoppiare dopo la celebrazione della cerimonia funebre, ma niente più accade, i presenti sono lì per rivolgere l'ultimo saluto ad una persona che cercava di coscienzare gli individui, che aveva fortemente a cuore la salute del suo paese, una persona prima di tutto.
domenica 15 maggio 2005
I ciliegi maturi di Muhammad e le “Fattorie di Shebaa”: specchio dell'incerto futuro libanese
Con il ritiro delle truppe siriane è sempre acceso il dibattito su quest'area, che vede come protagonisti Hezbollah, Iran, Siria, Israele e comunità internazionale. Una zona da venti anni disabitata, ma che rappresenta uno dei principali punti di forza per la resistenza anti-israeliana in Medio Oriente...
Muhammad sta smottando il terreno nel suo campo di Shebaa, attorniato da ciliegi quasi maturi e rigagnoli d'acqua, una cittadina di un migliaio di abitanti prossima alla linea Blu tracciata dalla Nazioni Unite dopo il ritiro israeliano dal Libano nel 2000, ed alle omonime Mazrah Shebaa, un agglomerato di quattordici fattorie occupate dall'esercito israeliano.
"Al tempo dei francesi c'era rispetto per l'agricoltura e la natura, c'erano degli incentivi, ora tutto è andato perso, nemmeno le rondini si fermano più a passare la stagione qui". Quest'uomo di 75 anni ha sempre vissuto qui, e tutta la vita ha lavorato la terra e pascolato bestiame, ha assistito al periodo del Mandato francese, all'arrivo dei siriani, la resistenza palestinese del 1967 e la conseguente occupazione israeliana, fino alla guerriglia dell'esercito popolare di Hezbollah negli ultimi anni. Muhammad ha una memoria lucida nel raccontare gli avvenimenti relativi al suo villaggio ed alle fattorie che un tempo coltivava.
La questione delle Mazrah Shebaa, le Fattorie di Shebaa, un'area di 25 km quadrati sul versante occidentale del monte Hermon, è un intreccio di interessi strategico-militari, dispute su sorgenti d'acqua, strascichi della guerra arabo-israeliana e giochi di potere che attanagliano il Libano fin dai primi anni della sua esistenza, in cui anche in questo caso a farne le spese è la popolazione locale. Lo Stato libanese, e soprattutto Hezbollah, con l'appoggio di Siria e Iran, rivendica questi territori come propri, mentre Israele e le Nazioni Unite dichiarano la sua appartenenza ai siriani, come le vicine alture del Golan, ancora sotto occupazione militare israeliana dopo la guerra del 1967.
Le sette postazioni logistico-militari israeliane, dai picchi delle varie montagne in cui sono installate, con i suoi grandi radar e ripetitori, sovrastano l'intera area occupata, e sono ben visibili dal territorio libanese. La leggenda vuole che Abramo, ancora incredulo dell'esistenza di Dio, sia salito su una di queste montagne, e dopo aver rilasciato un uccello che aveva fra le mani, questo si tramutò in quattro splendidi uccelli, tornando poi solitario tra le sue mani, e togliendogli ogni scetticismo, dice Muhammad.
"Io sono libanese, la mia carta d'identità è libanese, i miei figli e i miei nipoti sono nati qui ed ora stanno tutti a Beirut perché qua non c'è lavoro e non si può studiare…certo che le mazrah sono libanesi, tutte e quattordici, ogni famiglia qui a Shebaa ne aveva una in proprietà ed alcune erano divise tra più famiglie, ci trasferivamo là d'inverno, per cinque o sei mesi, perché il clima era migliore e qui faceva troppo freddo." Con la mano indica l'altro versante della montagna.
"In estate invece andavamo e tornavamo, era un'ora di cammino a dorso di mulo, là ci sono i ciliegi come qua, ma il clima è più secco, il terreno è ancora più duro e c'erano principalmente ulivi e fichi d'india."
La situazione non cambiò sostanzialmente fino al 1967, quando durante la guerra arabo-israeliana, questi ultimi occuparono il territorio facendo indietreggiare i siriani. "Sono rimasto fino al 1970, anche perché la resistenza ci incoraggiava a non abbandonare le terre, ma poi la situazione è diventata insopportabile, eravamo continuamente tra due fuochi ed eravamo vittime di bombardamenti e rappresaglie, e poi c'erano mine dappertutto. Così ce ne siamo tornati stabilmente a Shebaa città e fino al 1975 andavo e venivo in giornata, per coltivare un po' la terra e pascolare, ma dovevo fare attenzione agli israeliani, per tre o quattro volte mi hanno portato in Israele per qualche giorno, e mi facevano un mucchio di domande sui fedayin.
"Nel 1975 Israele chiuse definitivamente l'accesso all'area, da quel momento nessuno ha saputo più niente, e gli israeliani nemmeno hanno proposto la cittadinanza ai suoi abitanti, come fecero nelle confinati alture del Golan. "Nel 2000 ci aspettavamo che se ne andassero anche dalle fattorie, ma la speranza fu inutile ed i combattimenti si fecero invece quotidiani."
Da quando, infatti, nel maggio del 2000 l'esercito israeliano cominciò il ritiro dal Libano, occupato durante la guerra civile, si incrementarono gli attacchi della resistenza libanese, di Hezbollah principalmente. Proprio non lontano da Shebaa, sulla linea blu controllata dalla forza multinazionale dell'UNIFIL, in un'operazione militare, celebrata sul luogo con tanto di cartelli con didascalie in inglese e foto, Hezbollah catturò tre soldati israeliani, i cui corpi furono restituiti poi al governo israeliano nell'ambito di uno scambio di prigionieri, che comprese anche l'ex colonnello israeliano Elhanan Tannenbaum sequestrato alcuni anni prima.
Tuttavia, in questa città tendenzialmente sunnita, la presenza visiva di Hezbollah è pressoché assente, ed anche dell'esercito nazionale libanese, e per gli stretti vicoli che la percorrono sono affissi solo poster dell'ex primo ministro Rafiq Hariri, assassinato lo scorso febbraio a Beirut, cui si affiancano solo alcune sporadiche e sbiadite foto dello sceicco Yassin, defunto capo spirituale di Hamas.
"Io non li vedo, e se li vedo faccio finta di niente, a me interessa solo il mio lavoro, ma comunque li rispetto per quello che fanno, qua lo Stato libanese non esiste, non si è mai interessato di noi, solo quando gli faceva comodo per qualche loro interesse"
Attualmente non si verificano episodi di particolare rilevanza, ma il conflitto rimane latente, e la questione delle fattorie di Shebaa è diventata di vitale importanza nelle discussioni sul "nuovo" Libano, dopo che la Risoluzione 1559 delle Nazioni Unite ha sancito tra le altre cose il disarmo dell'esercito del "Partito di Dio", ed il ritiro totale delle truppe siriane. La rivendicazione di questa area, con l'appoggio di Siria ed Iran, è uno dei punti di forza di Hezbollah per continuare la resistenza contro il nemico israeliano, secondo un'ottica più regionale che nazionale, anche se numerosi esponenti dello Stato libanese e dell'opposizione ne appoggiano la liberazione.
La Siria afferma di aver ceduto allo Stato libanese, questo territorio in modo informale nel 1951, entrambi gli Stati hanno presentato all'Onu cartine geografiche che lo evidenziano, ma nonostante tutto il ritiro di Israele dal Libano è stato considerato totale dalla comunità internazionale.
"Io del 1951 non ricordo niente", dice Muhammad, "so solo che nel 1958 arrivarono i militari siriani e cominciarono a chiederci dei soldi, ed a prenderci i vestiti, ma poi abbiamo resistito e ci siamo autogovernati, almeno fino al 1967 con l'occupazione israeliana". Muhammad dice che protestarono e portarono i documenti di proprietà delle terre al governo libanese, ma questi "li perdettero" e gli dissero che "ora non valevano più i vecchi contratti, e che molti siriani avevano acquistato le terre…ma lì non c'erano altri contadini e quindi la coltivavamo noi ugualmente".
Le Mazrah Shebaa sono sempre state un territorio utilizzato dai vari governi in un gioco di rivendicazioni, il cui interesse è ben lontano dall'essere la reale liberazione totale del suolo libanese. A pagare le conseguenze di questo gioco fatto di minacce latenti e provocazioni reciproche, è la stabilità di quello che sarà il Libano che uscirà dalle future elezioni nazionali. In un paese in cui già cominciano le prime scaramucce fra le opposte fazioni, dove nei discorsi di alcuni esponenti politici si respira aria di ritorsioni anti-siriane, si discute "clientelisticamente" sull'adozione del modello di legge elettorale da adottare, e si fanno futili dichiarazioni sulla possibilità di dare diritto di voto ai turisti arabi in vacanza in Libano, il futuro si presenta particolarmente incerto.
Intanto, mentre si assiste al trionfale ritorno del ex colonnello Michel Aoun dal suo esilio di quindici anni in Francia ed è pronta l'amnistia a favore di Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi, paesi vicini come Iran ed Israele, occupando il posto riservato alla Siria, cominciano a prendere posizioni aperte sul nuovo Libano. La questione di Shebaa, in questo groviglio geopolitico, rimane aperta e la soluzione non sembra decisamente prossima.
"Sì, forse torneremo alle nostre fattorie, ma solo quando ci sarà un vero Stato libanese" dice Muhammad con rammarico, " perché gli arabi sembra che non esistano, se no perché avrebbero dovuto combattere continuamente fra di loro per tutti questi anni?"
Muhammad sta smottando il terreno nel suo campo di Shebaa, attorniato da ciliegi quasi maturi e rigagnoli d'acqua, una cittadina di un migliaio di abitanti prossima alla linea Blu tracciata dalla Nazioni Unite dopo il ritiro israeliano dal Libano nel 2000, ed alle omonime Mazrah Shebaa, un agglomerato di quattordici fattorie occupate dall'esercito israeliano.
"Al tempo dei francesi c'era rispetto per l'agricoltura e la natura, c'erano degli incentivi, ora tutto è andato perso, nemmeno le rondini si fermano più a passare la stagione qui". Quest'uomo di 75 anni ha sempre vissuto qui, e tutta la vita ha lavorato la terra e pascolato bestiame, ha assistito al periodo del Mandato francese, all'arrivo dei siriani, la resistenza palestinese del 1967 e la conseguente occupazione israeliana, fino alla guerriglia dell'esercito popolare di Hezbollah negli ultimi anni. Muhammad ha una memoria lucida nel raccontare gli avvenimenti relativi al suo villaggio ed alle fattorie che un tempo coltivava.
La questione delle Mazrah Shebaa, le Fattorie di Shebaa, un'area di 25 km quadrati sul versante occidentale del monte Hermon, è un intreccio di interessi strategico-militari, dispute su sorgenti d'acqua, strascichi della guerra arabo-israeliana e giochi di potere che attanagliano il Libano fin dai primi anni della sua esistenza, in cui anche in questo caso a farne le spese è la popolazione locale. Lo Stato libanese, e soprattutto Hezbollah, con l'appoggio di Siria e Iran, rivendica questi territori come propri, mentre Israele e le Nazioni Unite dichiarano la sua appartenenza ai siriani, come le vicine alture del Golan, ancora sotto occupazione militare israeliana dopo la guerra del 1967.
Le sette postazioni logistico-militari israeliane, dai picchi delle varie montagne in cui sono installate, con i suoi grandi radar e ripetitori, sovrastano l'intera area occupata, e sono ben visibili dal territorio libanese. La leggenda vuole che Abramo, ancora incredulo dell'esistenza di Dio, sia salito su una di queste montagne, e dopo aver rilasciato un uccello che aveva fra le mani, questo si tramutò in quattro splendidi uccelli, tornando poi solitario tra le sue mani, e togliendogli ogni scetticismo, dice Muhammad.
"Io sono libanese, la mia carta d'identità è libanese, i miei figli e i miei nipoti sono nati qui ed ora stanno tutti a Beirut perché qua non c'è lavoro e non si può studiare…certo che le mazrah sono libanesi, tutte e quattordici, ogni famiglia qui a Shebaa ne aveva una in proprietà ed alcune erano divise tra più famiglie, ci trasferivamo là d'inverno, per cinque o sei mesi, perché il clima era migliore e qui faceva troppo freddo." Con la mano indica l'altro versante della montagna.
"In estate invece andavamo e tornavamo, era un'ora di cammino a dorso di mulo, là ci sono i ciliegi come qua, ma il clima è più secco, il terreno è ancora più duro e c'erano principalmente ulivi e fichi d'india."
La situazione non cambiò sostanzialmente fino al 1967, quando durante la guerra arabo-israeliana, questi ultimi occuparono il territorio facendo indietreggiare i siriani. "Sono rimasto fino al 1970, anche perché la resistenza ci incoraggiava a non abbandonare le terre, ma poi la situazione è diventata insopportabile, eravamo continuamente tra due fuochi ed eravamo vittime di bombardamenti e rappresaglie, e poi c'erano mine dappertutto. Così ce ne siamo tornati stabilmente a Shebaa città e fino al 1975 andavo e venivo in giornata, per coltivare un po' la terra e pascolare, ma dovevo fare attenzione agli israeliani, per tre o quattro volte mi hanno portato in Israele per qualche giorno, e mi facevano un mucchio di domande sui fedayin.
"Nel 1975 Israele chiuse definitivamente l'accesso all'area, da quel momento nessuno ha saputo più niente, e gli israeliani nemmeno hanno proposto la cittadinanza ai suoi abitanti, come fecero nelle confinati alture del Golan. "Nel 2000 ci aspettavamo che se ne andassero anche dalle fattorie, ma la speranza fu inutile ed i combattimenti si fecero invece quotidiani."
Da quando, infatti, nel maggio del 2000 l'esercito israeliano cominciò il ritiro dal Libano, occupato durante la guerra civile, si incrementarono gli attacchi della resistenza libanese, di Hezbollah principalmente. Proprio non lontano da Shebaa, sulla linea blu controllata dalla forza multinazionale dell'UNIFIL, in un'operazione militare, celebrata sul luogo con tanto di cartelli con didascalie in inglese e foto, Hezbollah catturò tre soldati israeliani, i cui corpi furono restituiti poi al governo israeliano nell'ambito di uno scambio di prigionieri, che comprese anche l'ex colonnello israeliano Elhanan Tannenbaum sequestrato alcuni anni prima.
Tuttavia, in questa città tendenzialmente sunnita, la presenza visiva di Hezbollah è pressoché assente, ed anche dell'esercito nazionale libanese, e per gli stretti vicoli che la percorrono sono affissi solo poster dell'ex primo ministro Rafiq Hariri, assassinato lo scorso febbraio a Beirut, cui si affiancano solo alcune sporadiche e sbiadite foto dello sceicco Yassin, defunto capo spirituale di Hamas.
"Io non li vedo, e se li vedo faccio finta di niente, a me interessa solo il mio lavoro, ma comunque li rispetto per quello che fanno, qua lo Stato libanese non esiste, non si è mai interessato di noi, solo quando gli faceva comodo per qualche loro interesse"
Attualmente non si verificano episodi di particolare rilevanza, ma il conflitto rimane latente, e la questione delle fattorie di Shebaa è diventata di vitale importanza nelle discussioni sul "nuovo" Libano, dopo che la Risoluzione 1559 delle Nazioni Unite ha sancito tra le altre cose il disarmo dell'esercito del "Partito di Dio", ed il ritiro totale delle truppe siriane. La rivendicazione di questa area, con l'appoggio di Siria ed Iran, è uno dei punti di forza di Hezbollah per continuare la resistenza contro il nemico israeliano, secondo un'ottica più regionale che nazionale, anche se numerosi esponenti dello Stato libanese e dell'opposizione ne appoggiano la liberazione.
La Siria afferma di aver ceduto allo Stato libanese, questo territorio in modo informale nel 1951, entrambi gli Stati hanno presentato all'Onu cartine geografiche che lo evidenziano, ma nonostante tutto il ritiro di Israele dal Libano è stato considerato totale dalla comunità internazionale.
"Io del 1951 non ricordo niente", dice Muhammad, "so solo che nel 1958 arrivarono i militari siriani e cominciarono a chiederci dei soldi, ed a prenderci i vestiti, ma poi abbiamo resistito e ci siamo autogovernati, almeno fino al 1967 con l'occupazione israeliana". Muhammad dice che protestarono e portarono i documenti di proprietà delle terre al governo libanese, ma questi "li perdettero" e gli dissero che "ora non valevano più i vecchi contratti, e che molti siriani avevano acquistato le terre…ma lì non c'erano altri contadini e quindi la coltivavamo noi ugualmente".
Le Mazrah Shebaa sono sempre state un territorio utilizzato dai vari governi in un gioco di rivendicazioni, il cui interesse è ben lontano dall'essere la reale liberazione totale del suolo libanese. A pagare le conseguenze di questo gioco fatto di minacce latenti e provocazioni reciproche, è la stabilità di quello che sarà il Libano che uscirà dalle future elezioni nazionali. In un paese in cui già cominciano le prime scaramucce fra le opposte fazioni, dove nei discorsi di alcuni esponenti politici si respira aria di ritorsioni anti-siriane, si discute "clientelisticamente" sull'adozione del modello di legge elettorale da adottare, e si fanno futili dichiarazioni sulla possibilità di dare diritto di voto ai turisti arabi in vacanza in Libano, il futuro si presenta particolarmente incerto.
Intanto, mentre si assiste al trionfale ritorno del ex colonnello Michel Aoun dal suo esilio di quindici anni in Francia ed è pronta l'amnistia a favore di Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi, paesi vicini come Iran ed Israele, occupando il posto riservato alla Siria, cominciano a prendere posizioni aperte sul nuovo Libano. La questione di Shebaa, in questo groviglio geopolitico, rimane aperta e la soluzione non sembra decisamente prossima.
"Sì, forse torneremo alle nostre fattorie, ma solo quando ci sarà un vero Stato libanese" dice Muhammad con rammarico, " perché gli arabi sembra che non esistano, se no perché avrebbero dovuto combattere continuamente fra di loro per tutti questi anni?"
lunedì 21 marzo 2005
Libano: si aprono le porte alla strategia della tensione
Martedì notte 30 kg di tritolo sono esplosi nel centro commerciale di Alta Vista a Kaslik, pochi chilometri a nord di Beirut, una zona a grossa prevalenza cristiana, causando tre vittime tra le guardie di sicurezza del centro e numerosi feriti.
Allo stesso modo meno di 72 ore prima, un'altra bomba è esplosa nel quartiere residenziale di New Jdeidh, anche questo tendenzialmente cristiano, in questo caso provocando solo numerosi feriti.
Poche ore prima era stato ritrovata una "fake-bomb", un falso pacco bomba, di fronte alla casa del presidente della stampa libanese.
Tutti e tre gli attentati sono ancora senza rivendicazione, e risulta strano in un momento tanto delicato della vita libanese.
Entrambi gli attentati dinamitardi, azionati probabilmente da un detonatore con timer fissato in orari notturni, e quindi con scarsa o nulla presenza di persone, non sembra avessero come obiettivo quello di provocare una vera e propria strage indiscriminata di civili.
Intanto si cominciano ad accavallare le notizie, o leggende metropolitane, su altre bombe disinnescate vicino alla sede del Parlamento o all'interno dell'Università libanese, o si intensifica la psicosi collettiva di fronte a qualsiasi pacco, borsa abbandonata o macchina sospettosa.
Già dopo la morte del presidente Hariri, gli abitanti di Beirut avevano cominciato a disertare le zone più affollate. La glamourosa Downtown, con i suoi bar ed i suoi ristoranti dove un caffè può costare 6$, hanno cominciato a svuotarsi, lasciando spazio in ogni angolo ad agenti in uniforme o militari armati di kalashnikov.
I gestori stanno vivendo una crisi economica senza precedenti, dopo la fine della guerra civile nel 1990.
Gli stessi giovani della capitale, allarmati dalla minaccia di attentati, disertano in queste settimane la centrale Rue Monot, i cui locali sono il principale ritrovo notturno della città, e preferiscono le discoteche ed i bar di Byblos o Batroun, una cinquantina di km a nord di Beirut.
Dopo l'attentato che è costato la vita all'ex primo ministro, nonché grande uomo d'affari a scala mondiale, Rafiq Hariri, la situazione in Libano risulta ogni giorno più complicata ed incerta. Tutta l'opposizione compatta si affanna ad incriminare i servizi di sicurezza siriano-libanesi, che vogliono dimostrare l'instabilità del paese nel caso di ritiro delle truppe siriane.
Le truppe siriane, in base alla forte pressione interna libanese, ma soprattutto internazionale, grazie alla Risoluzione 1559 delle Nazioni Unite promossa da Francia e Stati Uniti, stanno ripiegando verso la Valle della Beeka, e sembra che sul territorio rimangano attualmente unicamente 11.000 effettivi. Anche i servizi di sicurezza siriani stanno evacuando i loro uffici sparsi un po’ in tutto il paese, ma soprattutto nella zona prossima al confine con la Siria. La stessa base di Beirut nel vecchio hotel Beau Rivage, sul lungomare della Corniche, che rappresentava fino a poche settimane fa uno spettro per la libertà di pensiero anti-siriano nella capitale, è stata evacuata e sostituito il personale da agenti libanesi.
Ma sono ancora in molti a pensare che per eliminare completamente la presenza dei servizi siriani dal Libano siano necessari non meno di quindici o venti anni.
Si può forse congetturare che tali attentati rispecchiano un vuoto di potere nel regime siriano? Di certo il presidente Bashar Al-Assad, salito al "trono" nel 2000 dopo diverse faide interne, non ha lo stesso carisma del padre Hafez, che aveva governato il paese con autorità per trent'anni, e non è strano che qualcuno possa approfittarne in questo momento tanto delicato per il paese. Una cosa che potrebbe indirizzare verso questa tesi è il continuo valzer di posizioni e dichiarazioni all'interno dell'opposizione libanese, sul ruolo del presidente cristiano, ma filo-siriano Lahoud.
Dopo averne insistentemente chiesto le dimissioni in seguito all'assassinio di Hariri, il politico druso che sta dirigendo l'opposizione Walid Jumblatt, nell'ultima settimana sta smorzando i toni nei suoi confronti, arrivando ad affermare che deve rimanere in carica fino alle elezioni di maggio, per non creare un vacuum politico.
Queste dichiarazioni seguono di pochi giorni il viaggio dello stesso Jumblatt al Cairo, dove si è incontrato con il presidente Mubarak, che sta cercando di prendere le redini del mondo arabo, e gioca un ruolo diplomatico fra le varie fazioni in disputa tra loro. Pochi giorni prima di quest'incontro il presidente egiziano era stato a Damasco per incontrarsi con il suo corrispondente siriano.
Da qui le probabili rassicurazioni da parte di Assad sul ruolo della Siria in Libano, pressato ormai da tutta la comunità internazionale e con numerose sanzioni economiche in processo di attuazione.
Intanto in terra libanese numerosi cittadini siriani sono stati uccisi, e si registrano quotidianamente atti di vandalismo nei confronti dei loro beni, nonostante l'indifferenza con cui si tratta tali notizie.
Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, quantifica, in una recente intervista, di 20 o 30 i cittadini siriani morti dal giorno dell'attentato a Hariri, ed anche il quotidiano Daily Star riporta giornalmente notizie di atti violenti nei confronti di questa parte della popolazione libanese, soprattutto lavoratori emigrati.
La cifra è considerabile ed allarmante, ma di fronte ad altre questioni di maggior "importanza", passa inosservata tra la cittadinanza.
Quindi, come possono considerarsi tutti questi atti, come le bombe in quartieri residenziali o centri commerciali in orari di chiusura, se non con una chiara intenzione di propagare una certa strategia della tensione, ed un'allarmante psicosi-bomba collettiva, in grado di far ritornare il pensiero ai tremendi anni della guerra civile?
Gli obiettivi fino a questo momento si sono incentrati sulla comunità cristiana, e si può quindi forse pensare al tentativo di riattivare quel conflitto confessionale tra musulmani e cristiani, che le manifestazioni di piazza cercano di sorpassare?
Attualmente visto che non sembra di interesse a nessuno, sia dal punto di vista politico-oligarchico che economico, accendere un'altra guerra civile, si può presumere che saranno presi di mira altri obiettivi "confessionali"?
Per le strade di Beirut già corrono voci "segrete" su luoghi, zone o quartieri dove è sconsigliato andare, e tra la gente non si riscontra troppa positività sul futuro prossimo. Si recrimina una mentalità ancora antica, di divisione fra le varie comunità, e di una solo apparente fratellanza creata con l'unico obiettivo di spingere la Siria fuori dal paese.
La strada da qui alle elezioni di maggio, di cui molti dubitano che effettivamente si svolgeranno, è tortuosa e pericolosa.
La speranza è che tutti questi interrogativi ed il pessimismo facciano spazio ad un futuro più roseo per il paese dei cedri.
Allo stesso modo meno di 72 ore prima, un'altra bomba è esplosa nel quartiere residenziale di New Jdeidh, anche questo tendenzialmente cristiano, in questo caso provocando solo numerosi feriti.
Poche ore prima era stato ritrovata una "fake-bomb", un falso pacco bomba, di fronte alla casa del presidente della stampa libanese.
Tutti e tre gli attentati sono ancora senza rivendicazione, e risulta strano in un momento tanto delicato della vita libanese.
Entrambi gli attentati dinamitardi, azionati probabilmente da un detonatore con timer fissato in orari notturni, e quindi con scarsa o nulla presenza di persone, non sembra avessero come obiettivo quello di provocare una vera e propria strage indiscriminata di civili.
Intanto si cominciano ad accavallare le notizie, o leggende metropolitane, su altre bombe disinnescate vicino alla sede del Parlamento o all'interno dell'Università libanese, o si intensifica la psicosi collettiva di fronte a qualsiasi pacco, borsa abbandonata o macchina sospettosa.
Già dopo la morte del presidente Hariri, gli abitanti di Beirut avevano cominciato a disertare le zone più affollate. La glamourosa Downtown, con i suoi bar ed i suoi ristoranti dove un caffè può costare 6$, hanno cominciato a svuotarsi, lasciando spazio in ogni angolo ad agenti in uniforme o militari armati di kalashnikov.
I gestori stanno vivendo una crisi economica senza precedenti, dopo la fine della guerra civile nel 1990.
Gli stessi giovani della capitale, allarmati dalla minaccia di attentati, disertano in queste settimane la centrale Rue Monot, i cui locali sono il principale ritrovo notturno della città, e preferiscono le discoteche ed i bar di Byblos o Batroun, una cinquantina di km a nord di Beirut.
Dopo l'attentato che è costato la vita all'ex primo ministro, nonché grande uomo d'affari a scala mondiale, Rafiq Hariri, la situazione in Libano risulta ogni giorno più complicata ed incerta. Tutta l'opposizione compatta si affanna ad incriminare i servizi di sicurezza siriano-libanesi, che vogliono dimostrare l'instabilità del paese nel caso di ritiro delle truppe siriane.
Le truppe siriane, in base alla forte pressione interna libanese, ma soprattutto internazionale, grazie alla Risoluzione 1559 delle Nazioni Unite promossa da Francia e Stati Uniti, stanno ripiegando verso la Valle della Beeka, e sembra che sul territorio rimangano attualmente unicamente 11.000 effettivi. Anche i servizi di sicurezza siriani stanno evacuando i loro uffici sparsi un po’ in tutto il paese, ma soprattutto nella zona prossima al confine con la Siria. La stessa base di Beirut nel vecchio hotel Beau Rivage, sul lungomare della Corniche, che rappresentava fino a poche settimane fa uno spettro per la libertà di pensiero anti-siriano nella capitale, è stata evacuata e sostituito il personale da agenti libanesi.
Ma sono ancora in molti a pensare che per eliminare completamente la presenza dei servizi siriani dal Libano siano necessari non meno di quindici o venti anni.
Si può forse congetturare che tali attentati rispecchiano un vuoto di potere nel regime siriano? Di certo il presidente Bashar Al-Assad, salito al "trono" nel 2000 dopo diverse faide interne, non ha lo stesso carisma del padre Hafez, che aveva governato il paese con autorità per trent'anni, e non è strano che qualcuno possa approfittarne in questo momento tanto delicato per il paese. Una cosa che potrebbe indirizzare verso questa tesi è il continuo valzer di posizioni e dichiarazioni all'interno dell'opposizione libanese, sul ruolo del presidente cristiano, ma filo-siriano Lahoud.
Dopo averne insistentemente chiesto le dimissioni in seguito all'assassinio di Hariri, il politico druso che sta dirigendo l'opposizione Walid Jumblatt, nell'ultima settimana sta smorzando i toni nei suoi confronti, arrivando ad affermare che deve rimanere in carica fino alle elezioni di maggio, per non creare un vacuum politico.
Queste dichiarazioni seguono di pochi giorni il viaggio dello stesso Jumblatt al Cairo, dove si è incontrato con il presidente Mubarak, che sta cercando di prendere le redini del mondo arabo, e gioca un ruolo diplomatico fra le varie fazioni in disputa tra loro. Pochi giorni prima di quest'incontro il presidente egiziano era stato a Damasco per incontrarsi con il suo corrispondente siriano.
Da qui le probabili rassicurazioni da parte di Assad sul ruolo della Siria in Libano, pressato ormai da tutta la comunità internazionale e con numerose sanzioni economiche in processo di attuazione.
Intanto in terra libanese numerosi cittadini siriani sono stati uccisi, e si registrano quotidianamente atti di vandalismo nei confronti dei loro beni, nonostante l'indifferenza con cui si tratta tali notizie.
Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, quantifica, in una recente intervista, di 20 o 30 i cittadini siriani morti dal giorno dell'attentato a Hariri, ed anche il quotidiano Daily Star riporta giornalmente notizie di atti violenti nei confronti di questa parte della popolazione libanese, soprattutto lavoratori emigrati.
La cifra è considerabile ed allarmante, ma di fronte ad altre questioni di maggior "importanza", passa inosservata tra la cittadinanza.
Quindi, come possono considerarsi tutti questi atti, come le bombe in quartieri residenziali o centri commerciali in orari di chiusura, se non con una chiara intenzione di propagare una certa strategia della tensione, ed un'allarmante psicosi-bomba collettiva, in grado di far ritornare il pensiero ai tremendi anni della guerra civile?
Gli obiettivi fino a questo momento si sono incentrati sulla comunità cristiana, e si può quindi forse pensare al tentativo di riattivare quel conflitto confessionale tra musulmani e cristiani, che le manifestazioni di piazza cercano di sorpassare?
Attualmente visto che non sembra di interesse a nessuno, sia dal punto di vista politico-oligarchico che economico, accendere un'altra guerra civile, si può presumere che saranno presi di mira altri obiettivi "confessionali"?
Per le strade di Beirut già corrono voci "segrete" su luoghi, zone o quartieri dove è sconsigliato andare, e tra la gente non si riscontra troppa positività sul futuro prossimo. Si recrimina una mentalità ancora antica, di divisione fra le varie comunità, e di una solo apparente fratellanza creata con l'unico obiettivo di spingere la Siria fuori dal paese.
La strada da qui alle elezioni di maggio, di cui molti dubitano che effettivamente si svolgeranno, è tortuosa e pericolosa.
La speranza è che tutti questi interrogativi ed il pessimismo facciano spazio ad un futuro più roseo per il paese dei cedri.
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